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"Il
Sicomoro" n.7 - inverno 1998/99
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Indice di questo numero: FINO AGLI ESTREMI CONFINI DELLA TERRA USCIAMO DALL'ACCAMPAMENTO NELLE STANZE DEL RE (a cura di G. De Simone,
I. Lamoretti, M.Fortelli, E. Stagnini) Poesie religiose (C. Simonazzi) CONTRIBUTI |
UNA
GENERAZIONE SILENZIOSA
di
Mauro Fortelli
"Questo
è l’ombelico del mondo".
Il significato di auto-identificazione che il mondo giovanile ritrova
in questa espressione del noto brano musicale di Jovanotti è emblematico
di come una generazione pensi se stessa; è perlomeno curioso chiedersi
il perché di tale identificazione.
L’indomito braccio ed il valoroso cuore sono stati il simbolo eroico della
fiera giovinezza di altre epoche; la caparbietà ostinata guidata dall’ideologica
intransigenza delle "avanguardie" ha identificato il movimento
giovanile degli anni sessantottini e post.
Mente, cuore, braccio, volontà...
sono state prese di volta in volta nelle varie epoche e dai diversi pensieri
dominanti o dalle spiritualità tradizionali a simbolo e modello di ciò
che avrebbe potuto caratterizzare al meglio il "proprio giovanile".
E allora, perché si parla di ombelico?
E’ forse un semplice ed innocuo
riferimento autoreferenziato attraverso cui i giovani d’oggi si vorrebbero
sentire nell’ombelico (il centro) del mondo (il corpo totale)?
Oppure è espressione di una centralità diversa, di natura spirituale,
che richiama un legame originario, evocato e desiderato, ma oramai reciso
da una madre/matrigna natura cosmica che inesorabilmente sfugge e si allontana
da quel Peter Pan che non vuole crescere?
Siamo dunque di fronte ad un eterno bambino che solo in un collettivismo
indifferenziato e di branco, nell’attivazione irrazionale di riti arcaici,
riesce a ritrovare il suo originario senso di appartenenza e di coscienza
attraverso un virtuale ripristino del cordone ombelicale?Il bambino sperduto
che, infine, spezzato l’incantesimo del rito, si ritrova nel silenzio
disperato di una incompiuta e dispersa solitudine?
Personalmente vedo l’estenuante monologo interiore
del ragazzo nichilista post-moderno così diverso dalla solare esperienza
di Barbiana, da quell’ I care perennemente scritto nei luoghi di
don Lorenzo ed ancora respirato negli entusiasmi e nelle speranze mai
sopite dei suoi "ex-ragazzi".
Eppure ci deve essere una via
che scuota e rivitalizzi il narcisismo muto, l’individualismo stile new-age,
il me ne frego fascista verso qualcosa di diverso rispetto al collettivismo
di branco e all’animalesco cordone ombelicale.
Il silenzio di una generazione non sempre è silenzio degli innocenti.
I
TETTI DI PRENZLAUERBERG
di
Giovanni Catellani
Alle nove di sera dei primi
giorni di agosto, il cielo a Berlino è ancora molto luminoso, il sole
sta calando, e, come sempre succede nel nord dell’Europa, sparirà quasi
all’improvviso.
Jana e Steffi mi chiedono se soffro di vertigini e mi indicano il percorso
per salire sul tetto di un palazzo vecchio e in rovina, i muri dipinti
a bomboletta con i colori delle nuove tendenze giovanili, il cortile pieno
di mattoni, calcinacci e vecchi elettrodomestici.
Saliamo le scale, ad ogni
piano ci sono almeno due porte in legno, in genere verdi, caratterizzate
da cartelli, fotografie, disegni e strane targhe per identificare chi
vi abita. L’immobile porta chiari segni di improvvisate occupazioni e
dello spirito che pervade l’intero quartiere.
Dopo qualche minuto, cinque piani
e un’ultima scala in ferro appesa a chissà che cosa, ci ritroviamo sul
tetto del palazzo, ad un passo dal cielo sopra Berlino, nel pieno centro
di Prenzlauerberg, uno dei quartieri più vecchi della capitale. Miracolosamente
salvatosi dai bombardamenti della primavera del 1945, con la costruzione
del muro si era ritrovato nella parte est della città e oggi è il quartiere
più abitato dai giovani che arrivano non solo dalla Germania.
E’ lo spazio più ‘alternativo’ di Berlino, città dove la parola ‘alternativo’
significa ancora vivere in un certo modo, sicuramente più essenziale e
semplice che in molte nostre città.
Arrivando ti vengono in mente le parole di Elias Canetti, che l’Europa la visse tutta intera, come patria itinerante, e che nell’autobiografico "Il frutto del fuoco" scrisse: "anche se venivi da una vecchia capitale come Vienna, a Berlino ti sentivi un provinciale e spalancavi tanto d’occhi, finché non ti abituavi a tenerli bene aperti."
I palazzi e le vie di Prenzlauerberg hanno poco di esteticamente bello ma hanno il fascino delle pietre e delle strade che raccontano l’intima essenza di una capitale che ha fatto la storia di questo secolo, che ne è stata attraversata come nessun’altra, che esplode in modo ricorrente per poi rinascere sulle sue stesse ceneri. Oggi sono l’anima viva, il cuore pulsante della città per chi non vuole essere assorbito dalla progressiva occidentalizzazione economico - commerciale di Berlino.
Qui
ai giovani basta vivere senza dipendere da qualcuno che li mantenga. Non
hanno bisogno di diventare ricchi ma semplicemente di una indipendenza
che non è vuota espressione di libertà a tutti i costi. E‘ la necessità
di proporre un differente modo di caratterizzare politicamente lo spazio
della condivisione col prossimo. Che sia poi l’effettiva volontà di molti,
o il concreto risultato che si consegue, poco importa, questa è comunque
la testimonianza che i giovani del quartiere trasmettono.
Il catrame impermeabilizzante
si piega e si risolleva sotto i nostri passi ma i tetti sono sicuri, certamente
più dei muri scrostati e fatiscenti delle alte case del quartiere.
Le mie guide mi mostrano la possibilità di una lunga passeggiata che ci
permetterà di camminare su alcuni palazzi e di dominare, con la vista,
la città. Altri ragazzi, poco lontani da noi, in ordine sparso, sono immersi
in questo straordinario scenario, che si presenta ai miei occhi in una
serata d’inizio agosto. I loro sguardi si perdono nel tramonto, e non
si rivolgono alla nostra presenza neppure quando passiamo a pochi centimetri
di distanza. Ci sono alcune poltrone e una vecchia cucina a gas appoggiata
ad un camino: Jana e Steffi mi raccontano che sui tetti di Prenzlaurberg
ci si sta per ore, a parlare come nei tanti caffè della città, a godersi
l’estate, a pensare alla vita berlinese, alle sue estreme contraddizioni,
a combattere la solitudine o a cercarla.
Qualche sera prima, al Dolmen Club, uno dei tanti ritrovi underground
di Prenzlauerberg, parlando della Love Parade, mi spiegavano che vi partecipa
più gente di fuori che non berlinesi, che ci sono manifestazioni più importanti
nella tradizione della città, come quella a favore degli omosessuali,
che non trovano altrettanto spazio nella stampa internazionale. Che i
tanti investimenti che hanno portato soldi e stranieri stanno trasformando
Berlino, perché oggi si paga tutto, anche per entrare nei locali una volta
gratuiti, perché oggi la gente è ancor più fredda di un tempo, soprattutto
in quella che era la parte occidentale della città.
E’ una ferita che si riapre continuamente il sentire i berlinesi che parlano
male della loro città, di quella Berlino che in questo decennio è diventata
una seconda patria personale, che rimane la città nella quale molti amici
e compagni di viaggio tornerebbero per viverci.
Berlino riassume ed esprime
la complessità dell’Europa, è un ‘luogo’ per eccellenza per la sua capacità
di manifestare tanto un’appartenenza quanto la necessità di una continua
catarsi.
Basta percorrere l’arteria più importante della capitale, la Friedrichstrasse,
per rendersi conto di quanto sia cambiata dal novanta ad oggi. La via
è bellissima, architetti di tutto il mondo l’hanno trasformata in un elegante
esperimento urbanistico. Nulla a che vedere con la strada povera che qualche
anno fa metteva in comunicazione l’est e l’ovest di Berlino attraverso
il Checkpoint Charlie, l’unico passaggio ufficiale tra le due parti della
città. Ma alla sera è una strada senza vita, perché è piena di negozi
e grandi magazzini, come i famosissimi ‘La Fayette’, che fanno sparire
la gente all’orario di chiusura. Rimane il cartello del Checkpoint Charlie
con alcune fotografie, resta il museo del muro, ma quella che era la strada
della speranza oggi è un enorme mercato.
Così rischia di diventare Potsdamer Platz, il più grande cantiere del
mondo, sino a qualche anno fa un deserto diviso dal muro, prima della
guerra il cuore di una Berlino brulicante di gente e cultura, poi simbolo
di una città che ospitava il nemico demoniaco e per questo rasa al suolo
dagli alleati.
A ricordo del passato rimarrà l’Esplanade, il vecchio cinema-teatro, ma tutto cambierà nel bene e nel male. La Daimler Benz, la Sony e altre grandi industrie domineranno, con le loro futuristiche sedi, una piazza che tornerà ad essere il centro della capitale ma che difficilmente ne conserverà come un tempo la memoria.
Dal 1945 al 1993 la Potsdamer
Platz è rimasta un immenso spazio vuoto che ognuno poteva riempire coi
suoi ricordi o con le sue speranze. Simbolo della città che negli anni
trenta rappresentava il centro europeo della creatività, trasformata nell’obiettivo
principale da distruggere e poi nella più agghiacciante dimostrazione
di come il Muro avesse creato spazi senza tempo ed identità, oggi è un
agglomerato di costruzioni affascinanti che lasciano però insensibili
i berlinesi, soprattutto i più giovani. Proprio nella Potsdamer deserta
e divisa vaga Omero, il cantore della memoria cittadina, che nel film
di Wenders Il cielo sopra Berlino, ricordando l’importanza della vecchia
piazza, cerca una speranza nel passato della sua città: "Ma io non
mi arrendo finché non avrò trovato la Potsdamer Platz. Dove sono i miei
eroi? Dove siete voi, figli miei?" E’ Curt Bois, vecchio e celebre
attore tedesco, oggi scomparso, che con Omero recita se stesso e la necessità
di futuro dei berlinesi, della stessa Europa.
Per ritrovare una certa Berlino, basta tornare a Schonhauser Alee, dove
finisce il quartiere Mitte e inizia Prenzlauerberg. Qui, quello che non
cambia è l’atmosfera dei club come il Dolmen, dove ha ancora un senso
ascoltare Transmission dei Joy Division, e dove Everyday is like Sunday
di Morrissey sembra più bella che mai. Il locale è un budello stretto
che termina con una sorta di caverna larga qualche metro dove si può ballare;
in quasi tutta la sua lunghezza è percorso dal bancone dove è possibile
sedersi per bere. Ad un tavolo davanti alle nostre sedie stanno quattro
punk un po’ nostalgici che, nell’indifferenza generale, si divertono a
buttare per terra un bicchiere di vetro. La ragazza del gruppo mostra
più imbarazzo, soprattutto quando si sente osservata con lo sguardo tipico
dello straniero che non è di casa. Le età si confondono e dopo due ore
di ottima musica si esce inseguiti dalle note di una canzone degli Ash.
Sui
tetti di Prenzlauerberg il silenzio è interrotto soltanto dal rumore degli
aeroplani che partono e arrivano da Tegel e dalle parole delle mie ospiti.
Il sole cala definitivamente e, prima che arrivi il buio, riscendiamo
in strada.
Il giorno dopo, l’appuntamento con Veruschka è per le sei del pomeriggio
alla fermata della metropolitana di Hackescher Markt, nei pressi delle
Hackeschen Höfe, il bellissimo complesso culturale con cinema, teatri
e caffè che si trova in quell’incredibile laboratorio architettonico che
è il centro di Berlino. Veruschka ha ventisei anni, anche lei, come Jana,
ha vissuto un anno a Reggio Emilia per uno stage, anche lei come tutti
i berlinesi calati nella pianura padana a Reggio sentiva la mancanza della
cultura del caffè, ovvero la abitudine a sedersi in un locale per parlare,
per trascorrere il proprio tempo in compagnia. Mi dice che da noi non
ci si può intrattenere a lungo in un bar senza consumare più di una volta;
mi ricorda la triste commercializzazione del centro storico di una città,
la mia, dove è pressoché impossibile trovare un caffè con posti per sedersi.
Parliamo della cultura dell’ospitalità, di come sia importante esprimere
la possibilità di un incontro in un locale pubblico. "Da voi non
è possibile parlare per ore seduti ad un tavolo di un caffè per conoscersi
veramente". L’esperienza italiana la ricorda con gioia, soprattutto
per le bellezze di alcuni paesaggi e di Bologna. A diciannove anni è partita
col suo ragazzo da Brema per venire ad abitare a Berlino, dove ancora
vivono nei pressi di Alexander Platz, a due passi dal nuovo museo di arte
contemporanea. Come molti ragazzi tedeschi ed europei, hanno scelto l’isola
berlinese, quello strano spazio geografico dove si può impostare la propria
esistenza secondo i canoni di ciò che è semplicemente essenziale.
Mentre parliamo della Kulturbrauerei,
la grande fabbrica di birra trasformata in centro culturale nel cuore
di Prenzlauerberg, mi spiega come ormai la gente dell’est sia più cordiale
che non i vecchi amici dell’ovest. Questi stanno radicalizzando il loro
individualismo, che rischia di trasformare Berlino in una città fredda
ed inospitale. Le mie ferite si allargano, e non solo perché un’altra
amica mi pone dei dubbi sulla sua città ma soprattutto perché una certa
inospitalità comincio ad avvertirla anche a Reggio, nel centro dove abito.
Dopo una passeggiata di due chilometri e di duecento caffè, ci ritroviamo
nei pressi del Tacheles, il centro sociale salvatosi grazie all’occupazione
di autonomi e punk.
Nel raggio di alcune centinaia di metri intorno al Tacheles, si trovano
la grande sinagoga bruciata dai nazisti durante la notte dei cristalli,
il 9 novembre 1938, con la targa che reca la scritta ‘vergessen es nie’,
‘ non dimenticatelo mai’, il cimitero che ospita la tomba di Hegel, il
Berliner Ensemble e la casa Bertolt Brecht.
Berlino è tutto questo, la storia si presenta continuamente agli occhi di chi la attraversa in un rincorrersi di passato, presente e futuro. Per strada in molti punti della città ci sono cartelli che dicono ‘Hier wird gebaut’, ‘qui si costruisce’.
Non riesco a far sedere Veruschka nei locali che pensavo più ‘alternativi’, ogni volta mi porta in posti che definisce meno turistici e più economici. L’importante è parlare, conoscersi, condividere, se possibile, una qualche verità, trasformare le ore in momenti da ricordare. E’ come se ogni parola contribuisse a quella grande costruzione che Berlino è destinata a ripetere nel tempo e che appare come il simbolo di un’impresa ben più grande che riguarda l’Europa intera.
Ci si rende conto immediatamente che le parole di Canetti permettono di tenere bene aperti gli occhi su una possibilità esistenziale, quella di chi, con coraggio, trova un’appartenenza nella semplicità delle cose essenziali. Così la creatività di tanti abitanti di Prenzlauerberg, di Mitte, o del celebre quartiere Kreutzberg, si manifesta non come narcisistico ripiegamento sulle proprie capacità personali ma come apertura alla possibilità della condivisione.
Mentre il sole scompare, nello spazio temporale che la sua luce impiega per arrivare a noi, in quei fatidici otto minuti, capisco che questi ragazzi sui tetti di un vecchio quartiere berlinese esprimono la necessità di rifugiarsi nella parte più inaccessibile e inviolabile del cuore della loro città per conservarne la memoria. Forse sono loro la coscienza di una Berlino che non vuole diventare la triste rappresentazione di una divisione tra due mondi, che non vuole dimenticare le atrocità del passato ma che nel ricordo cerca una possibilità per il futuro. Forse sono loro quegli ‘eroi’ che Omero cerca inutilmente in una Potsdamer Platz deserta.
Comunque sia, anche loro, i giovani di questa particolare Berlino, chiedono all’Europa di non dimenticare che, superate le ideologie dei totalitarismi che hanno ucciso milioni di persone, oggi un veleno ancor più insidioso si aggira per le strade del vecchio continente e di buona parte del resto del mondo: l’individualismo uniformato unicamente al principio economico, quello che omologa tutto nella dimenticanza e nella indifferenza, che fa emergere la realtà del mercato come unica dimensione del futuro.
Eravamo
in un piccolo caffè, si sentiva una chitarra suonare.
Era molto bello. O, cara, era il paradiso.
Lou Reed, Berlin
MASCHERE
DI FINE MILLENNIO
di
Samanta Chiodini
Parlo con Roberto Tirelli,
stilista e consulente di moda, semisprofondata su di un soffice divanetto,
in una situazione tipo baita sotto le stelle nella zona di decompressione,
al privée "Morfine" (spazio per clienti esclusivi) del "Coccoricò"
di Riccione.
La zona di decompressione, "rilassamento", è per noi necessaria:
approdiamo infatti qui dopo un girovagare carovanesco tra i vari spazi
privée (zone per clienti esclusivi) del "Cocco" con lo sguardo
perso in un girotondo di volti, lustrini, abiti strech, zeppe, parrucche
trans, sul quale soprassiede, appeso al soffitto, un cavallo alato di
gesso bianco simbolo dello spazio "Titilla".
Quello che ci ha colpiti
di più è l’esperienza della Piramide (come la chiama Roberto), un grande
spazio non privée, dove migliaia di giovani al ritmo trans di una musica
techno scandita dal capo dj si liberano in una danza mimetica.
Anche noi, catturati da quell’automatismo, in una tribù di occhi ipnotizzati
e calati partecipiamo al rito.
Ci diremo poi (sul divanetto), abbandonando lo snobistico atteggiamento
di osservatori non solitamente frequentatori di discoteche, della forza
di quell’esperienza; presi dal suo magnetismo ci siamo sentiti come parte
di un evento.
La sensazione è quella di partecipare ad un grande rito pagano dove una
danza istintiva ed individuale si trasforma in una sorta di energia che
crea un gruppo (comunità?) e senso di appartenenza.
Ciò si può forse meglio spiegare attraverso le parole del filosofo e antropologo tedesco Arnold Gehlen: "[...] ogni comportamento imitativo innalza il livello di autocoscienza. Nel momento in cui colui che raffigura agisce mimeticamente, egli deve - nel corso della messa in scena per esempio di un animale - distinguersi da sé stesso. Egli vive con maggiore intensità sé stesso in opposizione a ciò che incarna"(1).
Qui la tecnologia di luci laser stroboscopiche e musica sintetica diventa strumento per rievocare momenti arcaici e suscitare emozioni non mediate da contatto fisico. In questa "comunità" che si dà nell’evento della danza e non fuori, nella vita quotidiana, le differenze di provenienza vengono annullate, si riparte da zero, si acquista un nuovo ruolo, tutto si può ribaltare; è il "carnevalesco". Nella collettività carnevalesca "ci si sente al di fuori delle regole e dell’ordine della vita normale. I rapporti reciproci appaiono inconsueti, eccentrici e scandalosi (essi vivono in una atmosfera di scandalo)" (2).
Roberto racconta poi, che dalle ricerche fatte nel mondo della moda la parola d’ordine di fine millennio è "istinti animali". Termine ancora generico raffigurato su riviste di costume con immagini di donne e uomini con maschere di animali e simbolismi arcaici quali piercing e tatuaggi. Una sorta di liberazione attraverso l’animalità; l’esigenza è quella di un ritorno al primitivo, dice Roberto, ai suoi simboli e riti, quasi che l’ansia tecnologica di fine secolo si traducesse, per non smarrirsi, in un ritorno a forme arcaiche. Proteggersi attraverso simboli, decorazioni del passato per celebrare il nuovo millennio che è alle porte.
Indossare una maschera, partecipare al rito per arrivare inconsapevolmente a raggiungere una maggiore coscienza di sé, è forse questo che una moltitudine di giovani cerca nella piramide del Cocoricò?
1
A. Gehlen, Le origini dell’uomo
e la tarda cultura, Il Saggiatore, Milano, 1994
2 M.
Bachtin, Dostoevskij, Einaudi, Torino, 1968
Dossier:"Chiesa:
fine della trasmissione?"
a
cura di Giuseppe De Simone, Ilaria Lamoretti, Matteo Fortelli, Emilio
Stagnini
Memoria e tradizione, se intese in un contesto ecclesiale, acquistano immediatamente un valore molto profondo. Se la memoria è l'identità di un popolo, per il popolo cristiano è qualcosa di ancora più grande: è la salvaguardia e la garanzia della sua stessa esistenza.
E' sulla tradizione, intesa come trasmissione della fede di generazione in generazione, che si fonda l'annuncio dell'evento fondamentale del cristianesimo: la vita, morte e resurrezione di Gesù Cristo. Dai primi testimoni oculari, gli apostoli, questo annuncio si è tramandato nei secoli, ed è questo che crea la comunione, l'unità, e quindi sostiene la vita della Chiesa: "quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi" (1 Gv. 1,3).
E' chiaro dunque che sulla capacità
di trasmissione si gioca la credibilità, l'efficacia, perfino la sopravvivenza
della comunità ecclesiale.
Del resto tale affermazione è confortata dalla Parola di Gesù, che appare
oggi quanto mai viva ed attuale: "Ma il Figlio dell'Uomo, quando
tornerà, troverà la fede sulla terra?"(Lc 18,8).
Sembra infatti che la Chiesa attraversi un momento di crisi profonda:
una grande emorragia giovanile; mancanza di grandi figure di riferimento;
incapacità di trasmettere ed inculcare i valori delle fede, se non parzialmente
o lacunosamente.
Di fronte a tale crisi, le risposte possono essere molteplici, e la Chiesa
pare averne già imboccate alcune in modo molto deciso.
Le recenti iniziative
riguardanti un massiccio intervento mass-mediologico
(i grandi raduni, la televisione satellitare) impongono alcune domande
fondamentali: la crisi è dovuta ad una inadeguatezza della catechesi
tradizionale, quella passante attraverso il territorio (parrocchie,
diocesi) e il contatto personale?
E' necessario modificare strutturalmente
tale catechesi?
E' più efficace, più in linea con la nostra epoca, un approccio, per così
dire, "di massa"?
Il primo articolo cerca di spiegare le ragioni della crisi della catechesi, nonché di dare una diversa prospettiva rispetto a tale problema, con particolare riferimento al catechismo dei bambini piccoli.
Il secondo contributo vuole essere uno sguardo al popolo ebraico, sia perché esso si configura come il "padre naturale" della fede cristiana, sia riguardo alla sua eccezionale capacità di seguire con saldezza e fedeltà la fede e l'identità dei padri.
Infine, un
incontro con i ragazzi di don Lorenzo Milani.
Il Priore di Barbiana, la sua scuola, la
sua capacità di trasmettere in modo così profondo e così unico: argomento
affascinante e controverso al tempo stesso, che ancora oggi appassiona
insegnanti e pedagoghi, laici e cristiani, e di cui vogliamo mostrare
un'altra piccola ma significativa pagina.
I bambini e la catechesi secondo Sofia Cavalletti
Sofia Cavalletti è la fondatrice di un Centro di Catechesi infantile a Roma. Comincia la sua esperienza quarantaquattro anni fa con bambini a partire dai tre anni. Fondandosi su principi montessoriani, li porta a conoscere ed affrontare in modo diretto i testi della Parola di Dio e della Liturgia.
Il risultato è sorprendente: i bambini non solo accettano con gioia le due ore settimanali di catechesi, ma hanno una risposta di vero e pieno godimento. Sembra che nella figura del Buon Pastore, la parabola che più di tutte li accompagna per tutti i sette-otto anni di catechesi, trovino un saldo appoggio, un rifugio sicuro, e attraverso di essa riescano a penetrare con semplicità le verità più profonde della fede.
L'esperienza si allarga. Dagli indios in Messico agli amerindi negli Stati Uniti, all'Europa Centrale e Orientale, all'Italia, bambini di tante sfumature culturali e classi sociali diverse reagiscono a questa catechesi con la stessa gioia e recettività.
D.: Dal nostro catechismo parrocchiale i bambini scappano annoiati. La prima risposta che ci si dà è che la fede, la religione si possono capire solo maturando, ma per i bambini sono ancora un elemento esterno.
R.: Io non limiterei il fatto religioso al risultato di sollecitazioni culturali. Una componente culturale è certamente presente, ma c'è anche - e forse soprattutto - un livello ben più profondo. E' un campo in fondo ancora tanto controverso questo: alcuni negano addirittura che il bambino sia capace di un rapporto con Dio, concentrano tutto sul fatto razionale; quindi prima dei sei anni il bambino non ha un pensiero razionale compiuto, è incapace di rapporto con Dio... Però questo contrasta anche col fatto che battezziamo il bambino fin dalla nascita: allora dovremmo aspettare l'età della ragione! Invece, quello che in genere concedono gli studiosi più "generosi" in questo campo, è un certo "innatismo religioso" nel bambino. A me non soddisfa neanche questo, dirò la verità: mi piace di più parlare di connaturalità del bambino con Dio. Non ho una sufficiente preparazione filosofica per chiarire bene la differenza fra innatismo e connaturalità, comunque l'innatismo mi fa pensare a qualche cosa di un po' passivo, che c'è nel bambino, ma sta lì e dorme; la connaturalità mi piace soprattutto per questa particella con, che esprime il rapporto. Parlo di connaturalità, non parlo sul piano teorico, ma in base a quello che ho visto: ho visto come bambini di questa età possano godere in modo vitale, profondo, globale di un rapporto con Dio; questo mi fa pensare a persone che abbiano trovato corrispondenza essenziale, cercata, che appaga esigenze profonde; che abbiano trovato l'ambiente, la persona che cercavano.
Significa che i bambini "sentono" o "capiscono" Dio?
Ogni persona umana cerca la relazione, ma sembrerebbe che nella persona di Dio il bambino trovi una connaturalità, una rispondenza; tante volte ho avuto l'impressione, entrando nella stanza dove i bambini lavorano, di "pesci nell'acqua", come di chi ha trovato l'ambiente vitale che lo può appagare, nell'intimo più profondo. E allora vengono fuori questi fenomeni di concentrazione profonda, di gioia particolarissima e di godimento che quasi si palpa nell'aria, come di chi ha trovato l'ambiente vitale e dice: "Come sto bene qui". Il desiderio di starci, di restarci, di non andar via, di continuare nell'esperienza sono fenomeni che ormai abbiamo visto in tanti bambini in tante parti del mondo, in tanti livelli sociali e culturali diversi: si può affermare dunque che questo, in base a ciò che abbiamo visto, è la risposta del bambino all'esperienza religiosa. Che significa? Significa che c'è questa attrazione particolare: Adele Costa Gnocchi, stretta collaboratrice di Maria Montessori, diceva che Dio e il bambino "se la intendono". Mi sembra un'espressione tanto buona, tanto adeguata. C'è come un filo diretto; lo possiamo chiamare connaturalità o come vi pare, ma un filo diretto c'è tra Dio e il bambino. Si trovano bene, uno attira l'altro, stanno bene insieme.
Quale influenza ha l'ambiente?
Certamente ad un certo momento l'ambiente ha una sua influenza, tanto è vero che, per quello che io posso dire, chi è veramente forte nel difendere questa connaturalità con Dio è il bambino piccolo; man mano invece che il bambino apre nel crescere all'influsso della società più ampia, allora questo rapporto è meno forte. Direi che è abbastanza chiaro: l'ambiente ha una sua valenza, qualche volta negativa e qualche volta positiva. Non è negativa soltanto negli ambienti non religiosi, qualche volta pure quelli religiosi comprimono certe potenzialità per troppa "super-nutrizione" scorretta in una direzione sbagliata. Non posso dire che i bambini di famiglie particolarmente praticanti siano i più sensibili.
Normalmente si parte dall'importanza della famiglia: buon esempio di amore paterno e materno. Il bambino può capire l'amore di Dio.
A me pare che fare dell'amore dei genitori o comunque di chi è più vicino al bambino il canale necessario dell'amore di Dio è estremamente limitante; si limita l'amore di Dio alla dimensione umana, lo si considera secondario rispetto alle condizioni in cui il bambino vive. Ma a me sembra - parlando sempre in base a quello che ho potuto osservare - che l'amore di Dio sia primario nell'esperienza umana del bambino piccolo. Certo è bello poter dire ad un bambino: "Papà e mamma ti vogliono bene"; però si tratta sempre di un amore umano e quindi limitato. E quando questo non succede? Un bambino rifiutato dai genitori è forse una creatura perduta per Dio?
No, Dio prende le sue creature anche al di fuori dell'amore umano: l'ho visto in tanti bambini non accettati in famiglia che invece all'annuncio del Pastore che "li chiama per nome" si aprivano ad un immenso godimento (1).
Dunque bisogna distinguere fra esperienza ed esigenza: l'esperienza è qualche cosa che si è vissuto, può essere una cosa che ha dato un approccio positivo alla vita o negativo, comunque è dipendente dall'esperienza: deve succedere un fatto perché io abbia l'esperienza. L'esigenza, a mio avviso, è ciò che sta più profondamente nella persona umana e che non dipende da questa o da quella esperienza: è una poten-zialità che chiede di essere appagata. Questa è l'esigenza, che quindi prescinde dall'esperienza.
Con l'esperienza siamo al livello di fatti, potrei dire di storia, qualcosa quindi che cambia da persona a persona; con l'esigenza stiamo alle radici stesse della vita. In ogni essere umano c'è l'esigenza di relazione, cioè di trovare qualcuno che mi cerca - per parlare con le parole della parabola del buon Pastore: che mi "chiama per nome" - e a cui posso rispondere. L'esigenza è come una fame che cerca il cibo necessario, una fame che può fare l'esperienza di trovare il suo appagamento, ma può anche non trovarlo, e resta viva anche non trovandolo.
Il fatto religioso si pone al livello di esigenza vitale e quindi a un livello più profondo dell'esperienza. La catechesi, molto diffusa oggi, che vuole partire dall'esperienza, si situa a un livello abbastanza superficiale.
Ma se non si parte dall'esperienza, come è possibile trasmettere ai bambini una fede dai contenuti così complicati?
Il fatto è che non credo che la fede cristiana sia di per sé complicata. Spesso noi la complichiamo, perché è normale, forse rassicurante complicare. Io credo all'essenzialità della fede cristiana, e quindi alla sua semplicità, e le cose essenziali e semplici sono immediate. Ricordo un bambino appena più piccolo degli altri, che con lui facevano la Prima Comunione (aveva 6 anni): rimasi strabiliata nel vedere che parlava dei rapporti inter-trinitari come se fosse un discorso normale. Non gliene avevamo mai parlato. Credo che spesso siamo noi a complicare e non rendiamo un servizio né a noi stessi, né ai bambini.
Come si può semplificare senza diventare banali?
C'è una grossa differenza tra semplicità e semplificazione. La semplificazione è un'operazione di riduzione, di rimpicciolimento; la semplicità è un modo di essere, e le cose grandi sono semplici. Dio è semplice, il mistero della Trinità sarebbe semplice se noi non lo complicassimo; ai bambini certamente vanno date le cose semplici, ma le cose semplici corrispondono alle cose essenziali, quindi alle cose grandi. Devono essere date in un certo modo, corrispondente all'essenzialità del soggetto stesso e di chi lo riceve. Ma la semplificazione no. Quel bamboleggiare col bambino: l'angioletto, il bambinello...
Racconto sempre l'episodio di quel bambino che, informato dell'esistenza dell'angelo custode ha risposto che non sapeva che fare dell'angelo; aveva già il Buon Pastore. Chi ha scelto fra i due? Il Buon Pastore! Il bambino va a cercare le cose grandi.
Dunque né complicazione, né semplificazione: la parola giusta qual'è?
Essenzialità. La grande disciplina che impone la catechesi dei piccoli è proprio questa: la fedeltà all'essenziale. Nella scelta dei temi e nel modo di presentarli. Si vede chiaramente soprattutto in un bambino piccolo: se si abborda una cosa secondaria, ti accorgi subito che non ti segue. Oppure se dici troppe parole: sei finito. Bisogna annunziare il Kerygma nella sua essenza.
Questa è stata l'esperienza più grande per noi, perché ci ha obbligato ad un'essenzialità che non è facile, perché sono spietati, i bambini: appena "scantoni" un po', ti abbandonano, ma in modo chiaro. Il più grande ormai è abituato alla scuola, per cui porta pazienza; il bambino di due anni se ne va, fisicamente: prende la sedia e se ne va. E' una scuola dura proprio per gli adulti-catechisti, però è bellissima.
Mi sembra una visione un pò diversa del modo usuale di fare catechesi...
L'adulto deve trasmettere quello che ha ricevuto, evidentemente, però tenendo presente innanzi tutto che non è un insegnamento scolastico, che il bambino non è un sacco vuoto da riempire. L'annuncio dev'essere dato nel modo più "disinteressato" possibile: io te lo do, e poi lo amministri tu; una volta che ho fatto la mia parte, basta. Per questo è così importante per il nostro lavoro il materiale (2) che serve a lasciare il bambino indipendente dall'adulto nell'ascolto di quanto ha ricevuto. Altrimenti l'adulto interferisce sempre con una presenza che può disturbare e invece di aiutare la comunicazione, può impedirla. L'importante è quel secondo momento in cui il bambino sta da solo, ripensa a Gesù buon pastore, cosa fa, come conosce le pecorelle...
Il nostro materiale non è didattico, cioè un aiuto all'insegnante per rendere il suo insegnamento più attraente; è un materiale di carattere montessoriano, cioè un aiuto alla meditazione del bambino, permette al bambino di continuare a considerare quanto è stato presentato, indipendentemente dalla presenza dell'adulto. L'adulto ha la funzione di indicare alcuni punti, però poi deve essere abbastanza bravo da ritirarsi e lasciare il posto all'intima conversazione con il Maestro interiore. Siamo in genere troppo interventisti. Mi scriveva adesso una allieva croata catechista: una bambina di tre anni aveva fatto un disegno, poi ne aveva cominciato a fare un altro e lei, per zelo, le si è avvicinata e le ha chiesto: "Adesso che stai facendo?". E lei ha risposto: "Scostati! Scostati! Vai via!". Solo a disegno finito gliel'ha fatto vedere. Evidentemente era un intervento assolutamente indebito: il momento del lavoro personale è il momento costruttivo: è l'ascolto del Maestro interiore. Non siamo noi che insegnamo. e questo per gli adulti è difficile.
Se lei dovesse dare un'immagine, una parola per definire il catechista?
"Il servo inutile". Sì, io credo che questa del servo inutile sia una grande verità: il servo deve fare, altrimenti è pigro; però è inutile. Del resto anche S.Agostino nel De Magistro dice come si fa ad imparare: prima ci vuole qualcuno che annunci, ma il momento importante dell'apprendimento è dopo, quando si riconsidera dentro di sè quello che si è ascoltato. Lo dice chiaro, con un'incisività agostiniana tutta particolare: Numquam posso docere (4). Questo per un adulto è difficile da accettare, perché ti spiazza, come spiazzata era quella giovane che,venuta la prima volta da me, si è sentita dire: "Cerca un po' dove sta la cattedra". E lei ha girato per le stanze della catechesi, e non la trovava, e diceva: "Ci deve essere!".Non c'è perché non ci deve essere.
Come è diverso questo dalla mentalità corrente, quando si pensa che per interiorizzare la fede basti spiegare delle cose, basti dire: "Ne abbiamo parlato"...
Questa è la mentalità scolastica, ma la catechesi è qualcosa di molto più profondo e più ampio. Anche certe prediche che si sentono: danno spiegazioni e chiudono l'argomento. Ma non è questa la catechesi, che deve essere rivolta all'apertura al mistero. Come dice Stefano Levi della Torre: è il mistero a dar respiro alla conoscenza, a farla lievitare nelle più mirabili costruzioni della cultura. Il mistero, cioè, fa lievitare la conoscenza; se invece delimitiamo, spieghiamo, definiamo tutto, cominciando dalle parabole, che sono le ultime cose che andrebbero spiegate, il mistero non c'è più. Non è più attraente: se mi fai vedere i limiti, non mi interessa più.
Sta dicendo che nel nostro catechismo noi spieghiamo troppo?
Sì, non si esce dalla mentalità
scolastica: insegnamento, apprendimento, verifica. E così ho limitato
tutto. Ma il limitato non è attraente, è l'immenso; il mistero che attrae.
Se vedo il limite, e ne urto il confine, ad un certo momento mi vengono
i lividi. Invece, che ricchezza, che saggezza che ha il metodo delle parabole:
"Vuoi sapere com'è il
‘Regno dei cieli’? Guarda un po' un semino piccolo, piccolo...
Pensaci, guardalo, continua a guardarlo, vedrai che poi..."
Non c'è nessuna pretesa
di esaurire l'argomento, si apre invece una possibilità di indagine: è
un atteggiamento. Credo che le parabole siano uno strumento di educazione
alla fede molto grande, perché aprono a quello che non si vede. Vedi un
semino e dici: Il Regno di Dio quello? Eppure così è. La piccola Cristina,
cinque anni, stava impastando la pasta con il lievito (in relazione alla
parabola del Regno come lievito che fermenta tutta la pasta) e le hanno
chiesto: "Cosa stai facendo?". Lei ha risposto: "Guardo
come cresce il Regno di Dio!". Questo è vedere l'invisibile: a loro
non fa nessuna difficoltà.
Allora secondo lei la catechesi "di memorizzazione" è limitante?
Solo un esempio: nei primi tempi noi facevamo anche una preparazione "alla meglio" alla Cresima. Si era dunque nei primi anni: imperava l'apprendimento mnemonico del catechismo e io non avevo ancora la coscienza del tutto tranquilla, perciò avevo pensato che si poteva dare loro anche un po' di catechismo tradizionale. Indicai alcune definizioni e queste furono imparate. E mi ricordo una bambina molto intelligente, molto carina, che conosceva la Chiesa come l'ovile del pastore, la vera vite (tutte immagini bibliche), alla quale feci imparare la definizione di Chiesa. Era piccolina, ma voleva fare a tutti i costi la Cresima, ci mise tutto il suo impegno e la disse benissimo.Ma quando le chiesi di spiegarlo con parole sue in base alle parabole, non riuscì a rispondere: evidentemente ormai era bloccata, la Chiesa era quella definizione lì.
Che cosa sanno a memoria i miei? Il Padre Nostro, l'Ave Maria con un po' più di difficoltà, perché se vanno a Messa l'Ave Maria "non c'entra"; sanno il "Mistero della fede", che è essenziale. Molte parabole vengono ripetute tante volte, da saperle quasi a memoria.
Come vede una catechesi che privilegi l'elemento etico-morale?
Credo che sia fatale scadere
nel moralismo, per il fatto che si comincia la catechesi nell'età sbagliata
(sei-otto anni), quando il problema morale è già forte nel bambino, cioè
quando è un po' il bambino stesso a portarci su questa strada. Se si comincia
la catechesi esplicita quando già il problema morale è in ebollizione,
finisce che poi Dio è soprattutto il giudice.
Ma la morale prima di tutto è la relazione, essere una persona
morale vuol dire essere una persona in relazione.
Il primo giorno che parliamo del Buon Pastore ai nostri bambini di due
o tre anni è già preparazione morale, perché aiutiamo il rapporto di relazione
con Dio. Certamente la catechesi per il novanta per cento dovrebbe essere
kerygma; e poi anche parenési, evidentemente, a partire
dall'età giusta; cioè ad un certo punto bisogna distinguere: questo è
bene, questo è male, e le massime del Vangelo, e il Decalogo; ma lo stesso
decalogo comincia con Dio che dice: "Io sono". Poi, voi fate.
Prima però Io sono quello che vi ha liberato; prima stabilire il rapporto.
Questo è un altro punto molto difficile da accettare: ricordo la prima volta che facemmo qui gli esami del corso degli adulti, e venne un sacerdote del Vicariato; alla fine lo accompagnai alla porta e mi disse: "La ringrazio, molto interessante, ma c'è poca morale". Aveva ragione, nel senso di parenési diretta: ce n'è poca. Ma c'è n'è tanta ad un altro livello, al livello fondante: senza di quello, che cos'è la parenési?
Questo vale anche per gli adulti, però. E sinceramente abbiamo l'impressione che ci sia tendenza ad anteporre la morale al rapporto col Maestro interiore.
Guardando sempre al negativo, non si arriva al positivo. E noi molto spesso purtroppo ci concentriamo sul negativo, e lì restiamo, come se ci impantanassimo nel fango. Se accendi una luce, può essere che anche se stai nel pantano poi cerchi di uscire; ma il punto di partenza non può essere assolutamente il pantano, ma la luce. Il punto di partenza è l'alleanza, il rapporto. La parabola del buon pastore è una parabola di alleanza: egli chiama per nome ogni pecorella, e le pecorelle ascoltano la sua voce, così la parabola del tralcio e della vera vite. Il tema fondamentale di tutto il nostro lavoro è l'alleanza. A sei-sette anni si introduce la parte storica, perché l'alleanza ha una storia, uno svolgimento nel tempo. L'Eucarestia è il sacramento della nuova ed eterna alleanza. Invece sembra un po' una cosa da specialisti, i "biblisti" parlano dell'alleanza. Eh, no!
Forse, rispetto al quesito iniziale che ponevamo, qualcosa si è chiarito. Però vorrei riproporlo a conclusione di questa intervista: perché i bambini "scappano" dal catechismo?
Sì, alcune chiese fanno una fatica grande a tenere i bambini. Perché questo rifiuto? E' una cosa che fa pensare. O io sono una illusa? Ormai abbiamo tanti centri in tutte le parti del mondo, migliaia di bambini che sono coinvolti, e riscontriamo una risposta di godimento. Perché manca in altre realtà? Credo proprio che manchi per il fatto della scolarizzazione della catechesi, perché la catechesi scolarizzata travisa la catechesi, la distrugge completamente come catechesi, e allora il bambino si stufa, e ha ragione.
E perché la catechesi è diventata, un puro esercizio scolastico?
Perché non si dà fiducia ai bambini, non si crede che possano vivere un rapporto privilegiato, connaturale con Dio. E allora se non ce l'hai, io ti insegno queste cose, tu le ripensi con la tua mente, capisci quel che capisci, per adesso le impari a memoria, poi le capirai un giorno... L'apertura al mistero è molto importante nella catechesi, direi che è fondamentale proprio come formazione della persona, questo aprirsi a qualche cosa che adesso comincio a conoscere, ma poi ce ne sarà tanto altro ancora. Se no chiudiamo le finestre. Avevo un'allieva che diceva: "Cos'è una parabola? E' una finestra sempre aperta!". Non bisogna chiudere le finestre!
Allora è giusto negare alcuni sacramenti, come la Comunione, ai bambini piccoli, che forse li vivono e li capiscono meglio di noi?
Assolutamente no. Qui c'è un grossissimo peso delle abitudini del tempo, perché ad esempio quando noi presentiamo ai bambini il buon pastore e la presenza eucaristica del buon pastore, molti bambini dicono: "Allora pure io voglio fare la comunione". E hanno tre-quattro anni. Però quando abbiamo tentato non dico di spingerli, ma di sollecitarli a chiederla, di fatto non lo fanno, perché vedono la comunione come qualcosa che si fa a nove-dieci anni. Ed è proprio un peccato.
1 - Nei libri di Sofia (Sofia
Cavalletti, Il potenziale religioso del bambino, Città Nuova, IV ed.,
1993; Il potenziale religioso tra i 6 e i 12 anni, Città Nuova, 1996)
viene accuratamente descritta l'esperienza di alcuni bambini con famiglie
difficili resi felici dalla conoscenza del "Buon Pastore". Sono
pagine per certi aspetti quasi incredibili e di cui si consiglia la lettura.
2 - Il materiale consiste in statuette di legno che rappresentano i personaggi
delle varie parabole. Per mezzo di essi, i bambini rivivono la parabola,
realizzando così quel "dialogo con il Maestro interiore" di
cui Sofia parla.
3 - Per diventare catechisti del Centro di Catechesi di Sofia è necessario
frequentare un corso triennale, con tanto di esame conclusivo.
4 - "Mai, in nessun modo io posso insegnare".
RIFLESSIONI SULLA FIGURA DI DON LORENZO MILANI
I due articoli seguenti nascono da un incontro con Franco,
Mileno e Nevio, tre ragazzi di Barbiana.
Nel primo si è voluto mettere a fuoco la figura di don Lorenzo,
i cardini del suo insegnamento, i "segreti" della straordinaria
fecondità della sua riflessione e di tutta la sua vita. Nel secondo
sono richiamati i momenti forti della scuola.
La concretezza di vita che ne esce appare indispensabile per cogliere
nel profondo tutti i risvolti di una figura così controversa. Si
è cercato di mantenere la vivacità dell'incontro mantenendo,
per quanto possibile, le inflessioni della vivace parlata toscana.
I.
L'INCONTRO
"La grandezza d'una vita non si misura dalla grandezza del
luogo in cui s'è svolta, ma da tutt'altre cose".
Così scriveva don Lorenzo Milani alla mamma, all'indomani del suo
trasferimento a parroco di Barbiana, per consolarla e rassicurarla rispetto
a questa decisione "punitiva" della curia. Forte è stata
dunque la nostra sorpresa nello scoprire che il comune di Vicchio, di
cui Barbiana è frazione, non è certo luogo di poco conto:
ha dato i natali a due fra i maggiori pittori italiani, Giotto e il Beato
Angelico. Ed è proprio nella biblioteca dedicata a costoro che
incontriamo Franco, Mileno e Nevio.
Da bravi "pierini" ci siamo preparati la scaletta delle domande
sopra un gelido e intellettual-borghese foglio protocollo. Ma la parola
passa subito a loro e a loro rimane per tutta la giornata, e noi restiamo
lì, affascinati, a bocca aperta, così come loro stessi,
trent'anni fa, dovevano rimanere davanti a don Lorenzo che insegnava.
Avremmo dovuto ricordarlo: a Barbiana non si va né per questionare,
né per dibattere, ma solo per imparare. E si può ben dire
che un importante insegnamento è venuto anche a noi da questo incontro.
Infatti ci può essere la tentazione, leggendo gli scritti di don
Milani, di giudicarlo e di ammirarlo come un uomo geniale, innovativo,
con grandi idee e un grande metodo. Cioè, di nuovo, vederlo come
"grande intellettuale"; da figli di quell'unica cultura dominante
volerlo rendere uno dei "padri" di questa stessa cultura. Così
don Lorenzo diventa il "grande pensatore", e, come tale, viene
rinchiuso nelle gabbie delle antologie scientifiche e dei testi universitari,
da dove è costretto a parlare a pochi pierini.
L'incontro con i suoi ragazzi delinea invece una figura non rinchiudibile,
non spiegabile, non classificabile; un uomo in cui si fondono il prete,
il maestro, il padre; una persona che dedica tutta la vita, completamente,
senza sconti, agli altri. Un folle, di quella follia che solo chi ama
intensamente può provare, e che, inevitabilmente, è destinata
a non essere capita dagli uomini, e spesso neanche dalla stessa Chiesa,
da cui spesso don Lorenzo si sentiva orfano e abbandonato. E ancora oggi
molti si ostinano a non capire che il metodo, le idee, le intuizioni,
non erano che il riflesso dell'amore di don Milani verso i suoi ragazzi.
Un amore che, come dice Nevio, "l'era grande".
II. L'UOMO
Si può individuare la motivazione profonda di tutto l'operato
di don Milani?
Nevio: Era un prete. Un personaggio di fede, un uomo che ha creduto
profondamente nel Vangelo, perché altrimenti non si può
sbocciare in queste cose se non c'è un qualcosa di profondo, di
religioso. Bisogna dargliene atto, perché è stato un prete
e un cristiano nel vero senso della parola. S'è spogliato di se
stesso per dare a noi, poveri montanari, la parola, l'ingegno, tutto quello
che aveva dentro, per renderci un domani giovani cittadini sovrani in
tutto. Nella religione, nella politica, nel sindacato, e nell'insieme
della vita.
Ma il suo essere
prete in modo così profondo non influenzava il suo insegnamento?
Franco: No, tutto al contrario. Certo, sarebbe più semplice
per me da prete dire solo quello che alla mia "ditta" fa comodo.
Ma invece no. Io dico quello che fa comodo alla mia ditta e quello che
fa comodo alla ditta degli altri. Si mettono su un piatto, e poi si guarda
quello che ha ragione. E questo è la scuola di Barbiana.
Nevio: Don Milani era un contestatore, è vero, ma era un
contestatore costruttivo, con un significato: lo faceva per gli altri.
Lo faceva in special modo per il gruppo dei trenta ragazzi che s'era lì
a Barbiana. Lui diceva: "Non posso mica aiutare tutti, io. Io devo
aiutare quelle dieci persone, trenta persone, a farli diventare uomini
e giovani sovrani. Ho già fatto la mia parte, nella mia società".
Franco: Si metteva sempre dalla parte del più debole. La
lettera a Pipetta è chiarissima: "T'aiuto a sfondare la cancellata,
però dal momento che hai sfondato la cancellata, io vo a dormire
nella tua casa puzzolente", perché se no non sarebbe coerente
con gli abiti che aveva preso. E ha fatto della scuola la stessa cosa.
Se contestava, evidentemente, contestava a ragione per un sopruso di altri,
fatto verso altri.
Verso altri, però: perché per sè non ha mai protestato.
Ha sempre protestato per dare un qualcosa agli altri, che lui aveva già
avuto nella sua "vita buia", come diceva parlando dei suoi primi
diciott'anni, che era stato nell'oro.
In che senso?
Franco: Devi sapere che quest'omo poteva avere tutto dalla vita,
sia come insegnamento, sia come professione, perché i suoi avevano
case e ville a Gigliola, con appezzamenti terrieri e con contadini che
lavoravano per loro. La Firenze bene si riuniva in salotto Milani. Il
nonno era un archeologo, linguista, filologo, e, tra l'altro, aveva fatto
parte della Camera d'allora, della fine Ottocento; era una famiglia bene,
insomma.
E poi?
Franco: Ha abbandonato tutto, e noi si è visto quest'omo
con toppe da tutte le parti, perché se c'era da spendere mille
lire, certo quelle non le spendeva per sè, ma per la scuola. Aveva
delle tonache ricucite, rattoppate, 'un gliene fregava proprio nulla'.
L'apparenza stessa sua: non gliene fregava proprio niente. La notte, diceva,
come fo a dormire pensando al mio dolore (era gravemente malato, ndr),
mentre i ragazzi hanno problemi più di me di giorno? S'arriva a
un punto da dire: ma questa persona proprio non è un comune mortale.
Perché come si fa a ragionare così?
Quando lo si assisteva noi in casa di sua madre e si attaccavano le labbra
insieme, la lingua al palato, e inumidivamo una garzettina mentre lui
succhiava - ma si fosse lamentato una volta per sè! Invece chiedeva:
"Quanto ci ho a morire?" - e cose di questo genere. Non chiese
mai nulla per sè stesso. Dev'essere un santo, perché se
no non c'è verso.
III. LA STORIA
Siamo entrati subtio "nel vivo" della figura di don Lorenzo.
Ma forse è necessario un piccolo passo indietro, un po' di storia!
Mileno: Tutto cominciò a Calenzano. Don Lorenzo prima di
arrivare a Barbiana era a Calenzano, e lì non aveva fatto una scuola
vera e propria, era una scuola serale, insegnava dopo cena. Poi erano
nati dei problemi, con la curia fiorntina - considerate anche gli anni,
gli anni cinquanta: il rapporto della Chiesa con la sinistra - insomma,
questo rompeva le scatole alla Chiesa; e allora fu mandato in esilio in
questa parrocchina di Barbiana, pensando che là, fuori dalla città
di Firenze (Calenzano è periferia di Firenze) avrebbe dato meno
noie.
Nevio: Non so se lo sapete, ma questo prete a Calenzano, nel quarantotto,
tolse in questa scuola il crocifisso dall'aula dove insegnava perché
lui voleva dare la parola a questa gente, ai poveri, agli operai, e si
era accorto che, all'interno della scuola, venivano soltanto figli di
democristiani. I comunisti non ci venivano perché era la scuola
di un prete. Allora tolse il crocifisso dalla parete per far vedere a
tutti che lui non insegnava ai democristiani, insegnava ai poveri, alla
gente, al popolo. E non faceva politica, o meglio, la faceva eccome, ma
la faceva nel vero senso della parola. Pensate un po' al vescovo che era
venuto a sapere che un prete aveva tolto il crocifisso dalla scuola! "Ma
cos'è, matto?" aveva detto. Allora da lì nacque tutta
una serie di cose... Anche le omelie che faceva in Chiesa allora, omelie
pesanti...
Franco: ... e c'era una certa parte della Chiesa che aveva interesse
a salvaguardare... L'assoluzione dopo la confessione non la potevano dare
se quello aveva la tessera, parliamoci chiaro! Quindi avrebbero dovuto
essere allontanate le persone che avevano una certa fede, ma lui non lo
faceva. E fu mandato lassù a Barbiana... e qui il discorso è
cambiato completamente!
A Barbiana lui ha iniziato a fare la scuola vera e propria. Prima iniziò
con sei ragazzi trovati lì, l'anno era il '54, e poi piano piano
il discorso si è allargato e questo ha cominciato a far scuola
dalla mattina alla sera per trecentosessantacinque giorni l'anno, e alla
fine dell'anno i ragazzi andavano a dare l'esame come privatisti.
E la Chiesa
come reagì?
Mileno: Lui dalla Curia, in quel periodo, era controllato. Telegrammi
di continuo, non si poteva spostare, non poteva fare conferenze. E il
pievano di Vicchio, pover'uomo, lui ci pativa. Doveva prendere il telegramma,
andare da don Lorenzo, dire: "Guarda, il Vescovo ti ha mandato un
telegramma. Non puoi andare a Borgo San Lorenzo per quella conferenza
sulla scuola perché te l'ha proibito". Diceva: "Ma come,
lo proibisce a me? Che gli dico la Messa regolarmente, che spiego il Vangelo
come nessun altro lo spiega, perché siamo forse l'unica realtà
in Italia dove io spiego veramente a ragazzi e a genitori. Io faccio di
tutto e questi m'accusano di non fare il prete!". C'erano delle cose
abnormi, falsavano la realtà: al prete che va a caccia e prende
in mano il fucile invece di andare a spiegare il Vangelo non si impediva
certo di parlare! Per farvi capire a che punti si era arrivati in quel
periodo lì, fra il '62 e il '63.
Franco: Aveva parlato una sola volta, a Calenzano.
Mileno: Lui andò in un teatro con duecento, duecentocinquanta
persone. "Un prete viene a raccontare l'esperienza della sua scuola":
pensate un po', questa notizia suscitò molto clamore. Ma diede
noia alla Curia. E cosa successe? Che giornali come L'Unità, Rinascita,
mettevano in risalto questo avvenimento, mentre un giornale come l'Avvenire
d'Italia, cattolico, nemmeno lo rammentava. "Ma come - diceva il
Priore - un giornale cattolico? Della mia parte? Io sono un prete, e quando
vo' in un posto dove ci sono altre persone, questo gli dovrebbe far piacere:
un prete, viene dalla Chiesa... E questo non mi rammenta nemmeno?".
Nevio: Lui ci soffriva per questo, perché voleva essere
riportato al centro della Chiesa. Lui al popolo voleva bene, voleva bene
a questa gente, solo che le persone pensavano che lui non facesse il prete.
Ma non era vero, e lui voleva che questo sapessero i suoi popolani. E
ora, a distanza di anni, lo stanno riscoprendo, Piovanelli (l'arcivescovo
di Firenze, ndr) lo sta riportando al centro della Chiesa.
Mileno: E' praticamente morto con questo rancore dentro. Diceva:
"Ma come? La mia parte, i cattolici tutti, i dirigenti soprattutto,
il Vescovo, non se ne sono mai accorti di questa faccenda qui? Mi danno
addosso ancora, e io son fermo lì". Lui alla fine qualche
volta ha anche detto a qualcuno, quando era nel letto della mamma a Firenze
e stava male, che non si rendeva ancora conto di questo grosso contrasto.
Lui aveva dei colleghi preti che riportavano delle falsità al Vescovo,
perché il Vescovo come faceva a sapere, se non veniva mai a Barbiana?
Franco: Si è tra l'altro lamentato sempre che lui, essendo
una persona che difendeva e portava alla Chiesa, la Chiesa non l'avesse
mai difeso. Si sentiva, probabilmente, un orfano. Cinquant'anni fa diceva:
"Fra trent'anni mi ricorderanno, sarò rammentato più
da morto che da vivo...". Tutti i giorni le diceva queste frasi!
IV. I RAGAZZI
E voi come avete vissuto quest'esperienza?
Mileno: Io non ero del posto, il mio era un caso un po' particolare
perché andavo a scuola a Firenze e fui bocciato. Respinto dalla
scuola di stato non avevo più voglia di studiare: mio padre seppe
di questa situazione e mi portò qui, a Barbiana. Per me all'inizio
fu molto difficile, perché conoscevo già tutte le malizie
scolastiche, rimanere in quell'ambiente lì dalla mattina alla sera
per tutti i giorni della settimana compreso le domeniche. Però,
piano piano, visto e considerato che era una scuola completamente differente
dalla scuola tradizionale, mi adattai.
Dove stava questa
differenza?
Mileno: Il grosso della scuola di Barbiana, si capisce bene anche
dagli scritti, è che don Milani collegava la scuola direttamente
sul territorio, nei luoghi di lavoro, di cultura, ecc... E' inutile, se
no, che tu mandi a scuola i ragazzi fino a diciotto, diciannove anni,
che tanto poi escono che sono dei pulcini fuori dal guscio e non si rendono
conto di niente. Don Lorenzo Milani a tutti aveva fatto fare un'esperienza
diretta facendoci conoscere tutte le varie situazioni di lavoro, di studio,
inviandoci all'estero: io sono andato a quindici anni fuori per la prima
volta. Mi ha spedito là. Chiaramente c'erano dei riferimenti, aveva
dei parenti, aveva dei conoscenti, però noi si doveva fare la nostra
vita, studiando la mattina e lavorando la sera, o viceversa. E queste
erano esperienze dirette che ti toccavano, era un continuo accompagnare
i ragazzi da tutte le parti per far conoscere la realtà come l'era.
Franco: Per esempio: come fa uno a uscire da una scuola dell'obbligo,
dalla terza media, entrare nel mondo di lavoro, e non sapere nemmeno leggere
il contratto di lavoro che lo riguarda, col quale poi va a lavorare? Bisogna
che sappia leggerlo, decifrlarlo, impararlo, contestarlo...
Mileno: Oltre a questo, l'altro grosso discorso di Barbiana era
quello del rispetto per chi ne sa meno e chi è più debole,
l'insegnamento di dedicare la vita al prossimo. A noi, al di là
delle materie scolastiche, ci insegnava Gandhi, l'attenzione ai popoli
neri che vengono sfruttati, problemi ancora oggi attuali. Milioni di persone
che stanno male di cui non si parla nemmeno. Questo è stato un
altro grande obiettivo suo. Al di là che tu dovrai fare il padre
di famiglia, insegnare ai tuoi figlioli, però ricordati che ti
devi girare indietro. Non diventare egoista, perché la società
oggi è tutta una corsa in avanti. Quelli erano argomenti che don
Lorenzo a Barbiana insegnava.
Questa scuola
così particolare procurò a don Lorenzo una certa popolarità:
interviste coi giornalisti, e poi intellettuali, professori...
Mileno: Sì, ma tutti i personaggi che venivano a Barbiana
per conoscere don Lorenzo Milani, lui li sfruttava. Li metteva davanti
ad un tavolo, e noi avevamo l'obbligo di fare delle domande: chi erano,
cosa facevano; e questi qui se rispettavano le regole, bene, altrimenti
diceva: "Vattene, levati dai coglioni". Poi li offendeva, diceva:
"Bischero, cosa sei venuto qua a fare, a conoscere don Lorenzo? Adesso
ti metti davanti e spieghi".
V. NUOVA EVANGELIZZAZIONE?
Per don Milani il fare scuola si identificava con la sua missione
di sacerdote. E su questo ebbe le critiche più feroci...
Franco: Lui è venuto a Barbiana per fare il prete, però
era inutile che spiegasse quando poi dalla parte di là nessuno
intendeva! Allora, prima doveva risolvere il problema che la gente imparasse
a capirlo, e fin quanto non riuscivano i ragazzi a capir lui, lui s'abbassava
fino al linguaggio dei ragazzi.
Nevio: Quando fu scritto Lettera ad una professoressa, prima di
pubblicarlo, lui ci disse di portarlo ai genitori e di leggerlo. Se i
genitori lo capiscono, si pubblica, se no si strappa ogni cosa. Lui, fino
a che il popolo, l'umile, non arrivava a questi traguardi, a capire certe
cose, diceva: allora non serve a niente. Siccome sapeva qual era la cultura
dei nostri genitori, se lo capivano loro, si era raggiunto lo scopo. Se
loro non capivano niente, che ci sta a fare?
Da qui nasce
anche il suo grande insegnamento sul linguaggio?
Nevio: Certamente: per essere cittadini sovrani, bisogna essere
appunto all'altezza di poter capire certe parole, certi vocaboli. Notate
voi che il padrone sa centotrenta vocaboli: voi per controbattere il padrone,
per controbattere l'intellettuale ne dovete sapere quattrocento, di vocaboli.
Il fondo suo era questo, l'insegnamento della lingua italiana. Voi pensate,
a Barbiana s'è fatto l'analisi grammaticale dei Promessi Sposi.
Non è che ci mancasse il tempo, perché noi dalla mattina
alle otto alla sera alle sette e mezzo... E noi si leggeva pagina per
pagina i Promessi Sposi, rigo per rigo, parola per parola: aggettivo,
avverbio, ecc. Alla fine, quando si lessero, si sapevano quasi a memoria.
Voleva che noi si fosse proprio padroni della lingua.
Poi il discorso anche della timidezza che ha tolto addosso a tutti noi:
noi si era montanari, ragazzi che a Vicchio eravamo distanti sette chilometri,
e se venivamo a Vicchio, quelli ci vedevano lontano un miglio. Dicevano:
"Quelli sono di S. Martino, o di Barbiana". Perché si
portava dietro probabilmente questa rottura, questo comportamento, questa
non-cultura. O comunque, era una cultura anche quella, ma una cultura
nostra, una cultura contadina. Questo lui ce l'ha tolto da addosso a noi.
Questa timidezza
che, al contrario, la scuola normale non faceva che accentuare...
Nevio: Quando venivo alle elmentari, io facevo i bastoncini! Rigo,
cerchietto e bastoncini. Poi a Barbiana mi trovo davanti a questo personaggio,
a questa scuola: 'ndo so' cascato? Ma subentrò subito l'affetto,
l'amore che dimostrava a tutti noi. Allora cominciò a diventare
una famiglia, più che una scuola, cominciò a diventare uno
stare insieme, nacque fra noi quel dialogo, quello stare insieme, scherzare...
Ah, si scherzava
anche, a Barbiana?
Nevio: Beh, ragazzi, Barbiana non è stata, come tanti dicono,
una scuola rigida, di mostri; no, lassù c'era anche il momento
dello scherzo, il momento della bischerata, il momento dello svago. Anche
don Milani era persona che aveva la battuta di spirito. Sapeva fare battute,
barzellette, non era come è rappresentato molte volte, in molti
scritti: severo, rigido. Era rigido perché la rigidità,
la severità, la puntualità, la correttezza, sono materie
scolastiche. Nella vita si deve essere così. Non puoi essere superficiale
su tutto. Bisogna essere anche un po' corretti, puntuali, rigidi su certe
cose. Il discorso che la mattina alle otto bisognava essere presenti lì:
non si poteva arrivare alle otto e cinque. Perché la scuola iniziava
alle otto. E se arrivavi alle otto e cinque, prendevi la borsa e ti mandava
via.
Franco: Chi voleva, poteva arrivare alle sette e mezza per andare
alla Messa. Chi voleva. E c'era chi ci andava e chi non ci andava; come
oggi di tutti noi ragazzi, c'è qualcuno che è assiduo frequentatore
della Chiesa, come qualcuno che non ci va quasi mai. Ha tirato fuori ad
ognuno di noi il proprio io.
Nevio: Molte volte anche noi sentivamo un po' la sua severità,
ci brontolava, ci dava gli scapaccioni contro la spalla, oppure sotto
i tavoli quando ci chiedeva: "Che ho detto?" "Ma, mi, mo..."
E bom! La pedata sotto il tavolo. "No, priore, no, no!" Ma dopo,
finito la lezione, mentre eri lì a leggere, ti arrivava, ti prendeva
a braccetto e diceva "Vieni qui con me". E ti portava a braccetto
per la strada. E lì, partendo da lontano, ti diceva perché
t'aveva dato quella pedata, per dire, mezz'ora prima.
Franco: Il momento di rabbia può venire...
Nevio: Ti prendeva da una parte, ti spiegava il motivo... Non è
che ti desse una pedata così, poi "Vai via perché non
capisci niente".
Franco: Meglio una pedata oggi che una fregatura domani!
Nevio: Ti dava la pedata, poi quando era ora di andarsene, veniva
lì, ti dava il bacino in fronte, e te t'eri bell'e contento, bell'e
soddisfatto.
Quindi non solo
scuola, ma un rapporto molto più profondo.
Nevio: Questo viene fuori proprio perché il suo amore verso
di noi l'era grande, e poi lui ci conosceva ognuno proprio nel profondo
dell'anima: ecco il discorso religioso. Questo rapporto che avevamo noi
tutti i sabati, di andare da lui alla confessione: in realtà era
un dialogo dove si parlava di problemi tuoi personali, della giornata,
di tutto insomma. Anche perché, con tanto studio, che peccati vuoi
che si facesse?
Franco: E poi le quattro ore di Vangelo alla domenica mattina
a scuola.
Mileno: Lui diceva: "Le processioni? A chi le serve le processioni?
Uno fa un chilometro, con tutto un cantare così che la gente non
ci capisce nulla. Tu vai a piedi e canti come un matto per la processione,
e cosa hai fatto? Niente. Vieni a me, che ti spiego che cos'è il
Vangelo".
Franco: Infatti lui come sacerdote, come prete ha sempre fatto
il suo dovere. Perché l'accusavano spesso: "Te non fai il
prete. Te tu fai un casino e basta". La gente diceva che scendeva
in piazza, a far gli scioperi: non è vero niente. Lui faceva il
prete. Diceva la Messa tutte le mattine. E a scuola, a noi allievi, e
anche ai genitori, si prendeva quattr'ore di Vangelo. In vari testi: in
testo italiano, aveva un testo latino e greco, in ebraico. Metteva di
fronte tre testi e poi faceva quattr'ore di lezione, ma come la faceva
lui. Era piacevole, perché non era, abbiate pazienza, come ho visto
da altre parti. Non voglio additare a nessuno, però ho visto alcuni
ragazzi che, essendo portati a fare catechismo per andare poi ai sacramenti,
il prete li tiene in pugno obbligandoli, forzandoli, e il ragazzo è
costretto, e, al momento che è uscito, se ne va e non lo vedi più.
Qualche situazione io l'ho vista, l'ho vissuta. A Barbiana si stava quattr'ore
tutte le domeniche mattina sul Vangelo, ed era piacevole! Perché
era messa sotto una forma storica, rievocativa, mettetela come volete,
con la cartina della Palestina sotto da seguire i veri episodi... Ti faceva
calare nella realtà di quella situazione in quel momento storico
particolare. Ecco il perché di questo avvicinamento alla scuola
e esser contenti di esser lì e di starci dodici ore.
Più che
un metodo, era un modo di essere quello di don Lorenzo.
Franco: In effetti tutti dicono: il pedagògo, il pedagògo,
ma quest'uomo, prima di tanta pedagogia, e forse è il pedagògo
più grosso del mondo, ma questo ce stava sul pezzo dalla mattina
alla sera, la notte compresa e s'è dato da fare dando sempre e
non avendo niente per sé. Quello per sè non chiedeva niente,
dava sempre, voglio dire: qual è l'altra persona che riesce a fare
della sua vita un altruismo in questo modo? Si contano sulla punta delle
dita: qualche santo, qualche persona illuminata... o focata, perché
quello vuol proprio dire sacrificare la propria vita. Non hai mai detto
a nessuno: tu va via, a te non ci posso pensare. Se lui poteva far qualcosa
se faceva in quattro. Quindi un popolo, essendo abituati a preti che recitano
la loro messina sull'altare, e poco più, a trovare una persona
di questo calibro...
Tant'è che lui diceva che l'insegnante non potrebbe essere un padre
di famiglia. Cosa dovrebbe essere? O un prete ...o una puttana! Perché
non ci avesse legamenti. Perché deve dare tutto, evidentemente.
LA
CLASSE DEL PRIORE
UN POMERIGGIO A BARBIANA
Al pomeriggio, visita a Barbiana. Ci avventuriamo per una stretta e ripida
stradina, con tanto di burrone ai lati, pregando ad ogni curva di non
incrociare un'altra automobile. E non c'è neppure la soddisfazione
di potersi lamentare: ai tempi del Priore, ci ricorda Nevio, questa strada
non c'era nemmeno, e a Barbiana ci si arrivava solamente a piedi, attraverso
i boschi. Giungiamo alla canonica. Attraverso le parole dei ragazzi la
scuola prende vita sotto i nostri occhi. L'impressione è proprio
quella di un ricordo ancora pulsante, ben presente ed interiorizzato.
Si sente forte il contrasto con l'esperienza scolastica personale, per
la quale spesso si ha l'impressione che sia stata una parentesi. Più
o meno bella, più o meno partecipata, ma pur sempre una parentesi,
fors'anche sbiadita dal tempo.
Barbiana non è così: i colori non sono sfocati, le tinte
forti restano. E la differenza si vede.
Mileno: Ecco il discorso dell'esperienza nostra: resiste ancora,
anche alla distanza di trent'anni e dalle cose che si è vissuto
allora c'è ancora da imparare. Il discorso è stato molto
grosso. Chi ha vissuto anni lì a Barbiana gli ha toccato, gli ha
toccato nella vita. Noi ormai si va per i cinquant'anni, fra alunni...
però ecco il discorso rapportato alla vita attuale ti fa render
conto che ancora oggi ce ne vorrebbero, ci sarebbe bisogno di tante associazioni,
di tante parrocchie, di tanti circoli che cambiassero un po' tutto, perché
oggi si è appiattito tutto. La stampa e la televisione, soprattutto
la televisione ripetono: "Oh, come si sta bene, oggi abbiamo rimesso
l'Italia", invece è ancora lunga la strada. C'è gente
che ha dei problemi, gli anziani, i portatori di handicap, i tossicodipendenti...
Chiaramente all'età di tredici o quattordici anni cominciare a
sentir parlare di questi problemi non capisci tutto subito, nel senso
che te ne rendi conto poi, durante la vita. Soprattutto a toccarli con
mano. Che se tu ti trovi come io e Guido - un altro ragazzo - a quindici
anni alle tre di notte a Londra e ti trovi davanti uno col coltello che
vuole quattrini... voglio dire, lì non c'erano mica i genitori,
non c'era mica don Lorenzo che ti diceva: "Fai così".
E andare a cercare il treno, e trovarsi da dormire... sono esperienze
che ti maturano. Ti maturano precocemente. Poi girare in autostop. Lui
voleva che si girasse il mondo non in treno, ma in autostop. Ci sono gli
ostelli della gioventù, dove incontri tutti i ragazzi di tutti
i vari paesi europei. Noi si imparava le lingue coi dischi, velocemente.
Inglese, francese, il tedesco un po' meno, tanto per farsi capire.
Franco: E poi quasi giornalmente c'era l'obbligo di relazionare,
di spedire a casa, per dare esperienza a quelli che erano laggiù
e per tranquillizzare lui su quello che accadeva dove eravamo.
Mileno: Per cui Barbiana per tante cose è irripetibile,
però si potrebbe prendere qualcosa dell'esperienza sua e portarla
nella scuola attuale.
Franco: Come stanno facendo, credo ancor'oggi, anche in Spagna,
quando cominciò Padre Corzo tanti anni fa e tuttora la sta andando
avanti.
Mileno: Sì, uscire un po' dalla teoria, portare i ragazzi
a conoscere le esperienze.
Franco: Oggi è difficile, perché la maggior parte
degli insegnanti non sono motivati, e se qualcuno si dà più
disponibile, viene isolato.
Nevio: Lui è stato un precursore dei tempi. Noi si sta parlando
e qui sembra che si racconti una novella, ma voi dovevate trovarvi in
quell'epoca lì, negli anni cinquanta.
Tempo pieno
Nevio: A volte si chiede: ma come facevate a stare dieci ore a
scuola tutti i giorni, dalla mattina alle otto alla sera alle sette? L'interessamento
alla scuola, alla materia era perché andava a fondo al tema, bisognava
sapere tutto. Non è che fosse una cosa superficiale: qualunque
cosa si studiasse, storia, geografia, lì si poteva stare un serata
intera. Dalla due infino alle sette e mezzo si poteva star lì a
studiare, per dire, la storia dell'Algeria. Se durante la lettura di giornale
c'era un fatto in Algeria, in Viet-Nam, nell'America Latina, che magari
ci poteva interessare secondo lui, lì si cominciava a prendere
libri, atlanti, ogni ben di Dio, ci si metteva lì e si stava lì
una serata. La storia: come è nato, ecc., la politica: la formazione
politica di questo stato...
Franco: Sì, per poter capire, bisogna entrarci nel problema.
Tante volte, leggendo la frase di un giornale, se 'un tu sai la situazione
politica, economica, sociale di quella nazione stessa, 'un tu riesci mai
a spiegare fino in fondo.
Nevio: Ecco l'interessamento della scuola. Questo ci interssava,
ci faceva interessare e ci faceva star lì e non ci faceva sentire
il peso della scuola. Perché ti faceva toccar con mano la realtà.
Di tutto. D'un avverbio, d'un articolo, d'un aggettivo. Era questo che
ti faceva star attento alla scuola, ti faceva interessare: molte volte
si arrivava alle sette e mezzo e non ci si accorgeva nemmeno.
Mileno: E quindi per lui questo era importante perché prima
di tutto la scuola non annoiava. Il ragazzo che stava lì tutto
il giorno per 363 giorni, ad esclusione di Natale e Pasqua, che uno poteva
fare a casa...
Franco: Mica sempre: io in cinque anni ho fatto una Pasqua sola!
Mileno: Io li facevo a casa. Però, dicevo, aveva un buon
rapporto con i genitori, poi la scuola era particolarmente differente,
perché ti faceva toccare con mano la realtà, tu conoscevi
un sacco di gente, e quindi non ti stancava. Arrivavi alla sera contento,
spesso lui diceva: "O ragazzi, andate, che io devo mangiare!".
Ecco la differenza fondamentale. Ti aveva talmente preso, che non te ne
accorgevi.
Non bocciare:
6 "politico" o impegno doppio?
Mileno: E poi lui ha dimostrato che se in una classe di venti ragazzi
ce n'è sette o otto che tanto li bocciano, chi se ne frega, a stare
dietro a questi sette o otto, alla fine ne sanno come i primi. L'esperienza
di Barbiana ha dimostrato che chi era respinto alla scuola di stato, chi
non ne ha voglia, alla fine presentandosi all'esame di stato, anche se
erano le medie inferiori, aveva poi dei voti ottimi. I ragazzi devono
il capire al beneficio dell'insegnamento, la testa è la stessa.
Nevio: Non è che magari lui leggesse un testo, e poi arrivava
in fondo e "Va bene, l'ho letto, adesso si passa a quell'altro".
Leggeva un testo, poi bisognava che questo testo lo sapessero tutti dalla
A alla Zeta. Quando si faceva scuola, lui s'accorgeva in venticinque,
trenta ragazzi chi stava attento o no. Ti diceva: "Che ho detto?".
E te t'eri lì: "Ma, mi, mo". E lui: "Meschino, cretino,
stupido, perché non m'hai fermato?". Allora si ripeteva da
capo. Gli altri, magari, non dovevano sbuffare, ma stare in silenzio ad
ascoltare, perché ci aveva formato in questo senso qui: il rispetto
verso l'altro e non sentirsi il più bravo.
Franco: La scuola cos'è? E' insegnare a chi non sa. Se si
privilegia quello che sa sempre, si domanda a quello che sa sempre, gli
altri rimarrano sempre indietro. Allora che scuola è?
Programmi ministeriali
e unità didattiche
Nevio: Si arrivava, e non si sapeva mica se stamani si fa scuola o si
va a far la legna, o si va a raccogliere ulive, o si va a spalare la frana
che c'è nella strada, o a piantare le casce (piante che crescono
alla svelta) perché tenessero il terreno. Si conoscevano le piante,
tutte nei minimi particolari. Se andavi a segare un legno, subito dopo
"Come è fatto questo legno? Come nasce? Quanti anni ha?"
L'era tutta una scuola, lì. Tutto un continuo. Ci mancava poco
che, se trovava una piccola sala operatoria, si provava ad intervenire!
Franco: Quest'omo si lambiccava il cervello a trovare qualsiasi
pretesto per mettere in pratica e far vedere e proprio toccare con mano.
Di dodici ore, dalla mattina alla sera, tutti i momenti variava. Ci può
essere la lettura di giornale, una volta storia, un'altra volta italiano,
cioè era tutto congegnato in modo che non pesasse la lezione. 
Internet
Nevio: Era un continuo trasmettere cose nuove. Non è che
si ripetesse, anche se certe cose te le ridiceva, te le diceva a una maniera
diversa che tu le apprezzavi ugualmente. Non ti annoiava mai. Aveva una
cultura che poteva navigare proprio dappertutto, senza farti pesare le
cose già dette.
Obiettivi
Franco: I ragazzi di montagna hanno paura dell'acqua? Va bene,
si costruisce una piscina. L'è una buca. Due metri per otto metri.
Però ha fatto vincere la paura a tutti noi di entrare nell'acqua
e di cercare di nuotare e di stare a galla.
Corpo docente
Nevio: A spiegare erano i ragazzi più grandi; se qualcuno
non sapeva una cosa, alzava la mano e lo chiedeva. Se non lo sapeva neanche
il maestro, si andava a chiedere al Priore. Mentre noi facevamo lezione,
lui era sempre lì su di una sdraia di vimini con il Breviario in
mano, a sedere e leggere. Se no, spiegava a tutta la classe italiano e
storia.
Ognuno aveva un suo portamento particolare: c'era quello più astuto
in fisica, che faceva gli esperimenti; oppure il genio in matematica:
e ad ognuno lui assegnava l'incombenza di insegnare. C'erano due tavoli,
uno di fianco all'altro: venti ragazzi in una stanzetta. Si spiegava a
bassa voce per non disturbare quelli dell'altro tavolo, nessuno che faceva
confusione, e noi si è imparato così. Pensare che oggi si
fa fatica con le classi uniche in un'aula grande...
Ricevimento
genitori
Nevio: Perché noi, oltre all'interessamento per la scuola,
siamo rimasti lì cinque, sei anni? Perché lui creava un
legame con le famiglie, voleva che i genitori il sabato, la domenica,
venissero su a Barbiana ad ascoltare la realtà, ad ascoltare tutte
cose nuove. Aveva creato una ragnatela con noi e con i genitori, ed era
una cosa impressionante il bene che voleva alle nostre famiglie.
Mileno: L'aspetto fondamentale è stato il rapporto della
scuola con i genitori. Ora, calare la realtà di Barbiana composta
di venticinque ragazzi in quella attuale di tutto il paese è complesso:
che rapporto c'è fra docenti e genitori nella scuola? Esiste solo
in alcuni periodi dell'anno. Due o tre volte l'anno si fanno delle assemblee:
all'inizio si fa riunione della classe, si chiamano i genitori, si spiega
tutto. Poi non si fa più niente, ci saranno una o due riunioni
dei rappresentanti coi docenti, e lì praticamente non si parla
di niente. Io lo so, perché ci sono stato due anni in tali organismi.
Lì non parli di niente, assolutamente. Solo a livello organizzativo,
qualche gita, poi "date qualche soldo perché se no la scuola
non ce la fa, e quindi mi raccomando di parlarne ai genitori; ci vuole
più impegno, se non si studia a scuola non si passa", questi
sono gli argomenti di discussione fra la scuola e i genitori.
Libri di testo
Nevio: Non s'avevano i libri di testo che erano in corso nelle scuole,
erano tutti libri che avevamo riciclato noi, vecchi libri di anni passati,
che portavano su amici di don Milani, studiosi, storici; molte volte c'erano
dei libri che quelli moderni 'un le legavano nemmeno le scarpe.
Avevamo disegnato un cartellone dell'ultima guerra con una sfilata di
cartine tutte colorate, e l'avevamo appeso alla parete con una spiegazione
cartina per cartina. Quella l'era una cosa bella da vedersi, la storia
la si fa così. Ti metti lì e colori le cartine. Come tu
facevi a non ricordarti di quello che studiavi!
Correzioni in
rosso e in blu
Nevio: Era fra l'altro un pittore. Lo sapete che aveva studiato
nell'Università a Brera, a Milano insieme al famoso Staude. Era
una vignettista, anche. Faceva vignette. Io mi ricordo che ho una correzione
su un tema sulla famosa commedia di Moliere, e mi ricordo che avevo scritto
questo libro è posto molto bene; lui accanto alla parola "posto"
ha disegnato il libro aperto e sopra ci ha messo una choccia. Per farmi
capire in modo spiritoso perché avevo sbagliato ad usare quella
parola.
Esami
Nevio: Quando andavamo all'esame di stato, era una cosa impressionante,
ci facevano sudare. Guardiamo un po' - dicevano - se gli è proprio
vero che don Milani insegna così e così... E domande su
domande!
Gita
Franco: Ma le gite scolastiche! Si fanno le gite con la scuola,
ma che si sa, cosa si va a vedere? Questi ragazzi, cosa sanno? A Barbiana
si è visto Ombre Rosse, il film, e quando lo si è visto
si sapeva già tutto a mente. S'era già studiato tre o quattro
giorni per fila tutta la trama, tutti i personaggi... Se s'andava allo
zoo di Roma, si sapeva vita, morte e miracoli di tutti gli animali.
Stages
Nevio: L'estero per lui l'era la cosa più importante.
Era il momento in cui i ragazzi, da soli, si facevano la vita. Una volta
alla settimana ci scriveva, faceva la famosa "circolare". Ci
raccontava i fatti della settimana a Barbiana, ciclostilava, e ce la mandava
a tutti noi all'estero. Germania, Francia, Inghilterra, Algeria... s'era
un po' dappertutto. Durante l'estate qui si spopolava. L'estero era una
esperienza forte, bella, significativa per lui come per noi. Si doveva
scrivere tutti i giorni. Io penso che fosse anche perché lui voleva
avere un continuo rapporto con noi, voleva vedere se il suo insegnamento
aveva portato risultati, se ce l'aveva fatta a far di noi degli uomini.
Noi all'estero si lavorava, due o tre volte alla settimana si aveva la
scuola per imparare la lingua e la domenica, quando si era liberi, si
andava a dar mano ai preti nelle parrocchie. Oppure alle associazioni
andavamo a prendere i ragazzi handicappati, si portavano in giro, gli
si dava da mangiare e assistenza.
Io in Inghilterra lavoravo ai torni-revolver, quelli che fanno tutto da
sè. Io avevo sei torni e controllavo il materiale che usciva. Era
una grande soddisfazione perché io a Barbiana avevo già
imparato a leggere il calibro, il palmer; e là si meravigliavano:
"Ma come, tu a quindici anni sai già come funziona il disegno
meccanico e tutte queste cose?". Sicché anche loro rimasero
entusiasti di questa scuola, di questo personaggio, e vollero sapere tutto
di don Milani.
L'esperienza bella fu anche di conoscere un mondo così diverso,
un'esperienza così diversa a quell'età lì. Ad esempio,
mi impressionò in Inghilterra l'emancipazione delle donne: dov'ero
io ci saranno stati dieci uomini e cinquanta donne, tutte con le mani
nell'olio. Quando mai in Italia, negli anni sessanta, tu vedevi una cosa
del genere: le donne al tornio?
Prendevo otto sterline alla settimana: quattro per pagare vitto e alloggio,
due per i nostri "vizi", due si tenevano per mandarle a casa
ai genitori. Si passavano le frontiere con il suo nulla-osta, col timbro
di Barbiana. E sopra ci scriveva che noi andavamo all'estero a studiare.
Tanto che, quando andai in Inghilterra, alla frontiera non ci volevano
far passare perché non mi era ancora arrivato il permesso di lavoro:
allora tirai fuori questa lettera di don Milani, e mi lasciarono passare.
Dopo due mesi il mio padrone con una Jaguar lunga da qui a là,
mi porto a Londra, alle Trade Unions (i sindacati) per regolamentare il
soggiorno di altri otto mesi.
Educazione civica
Nevio: Barbiana fu la prima scuola ad entrare in Parlamento.
Franco: E senza giacchetta.
Nevio: Ci ha portato in Parlamento a Roma. Il Parlamento noi era
mesi e mesi che lo studiavamo. E come erano i posti in Parlamento. Che
percentuale avevano i comunisti, che percentuale i democristiani, i socialisti...
che battaglie c'erano in quel momento... Erano mesi che lo si studiava,
e quando ci andammo non ci volevano far entrare, e ci fu una scenata.
Non ci voleva far entrare il portiere, perché si era vestiti male.
Franco: E poi perché s'era minorenni.
Nevio: E don Milani disse: "Voi ci fate entrare". Ci
misero in galleria. "E poi quando si esce fuori, voi ci domandate
ad ognuno quello che è stato discusso in Parlamento". Dopo
due ore, si venne fuori e loro non ci volevano intervistare, volevano
mandarci via. Noi ci si mise tutti in cerchio intorno, con loro lì
in mezzo, e si raccontò tutto quello che avevano discusso.
Educazione fisica
Nevio: Non si giocava al pallone perché prima di tutto lassù,
non so se l'avete visto, ma ditemi voi come si fa a giocare al pallone
a Barbiana! Ci sono due metri, tre metri di piano, poi il ciglio da tutte
le parti. Poi molti dicono di don Milani che non faceva ai ragazzi educazione
fisica: io vado a fare educazione fisica ad un ragazzo che la mattina
si alza alle sette e per arrivare a Barbiana ci mette un'ora! A piedi
arrivo a Barbiana e poi devo fare anche ginnastica?!
Franco: Noi si passava una certa parte di strada insieme: non che
si facesse strada asfaltata o strada comunale, si faceva bosco.
Educazione sessuale
Edoardo (ricordi): Ricordo una lezione che mi stupì molto
per il linguaggio molto sboccato a cui non ero abituato. Era un'allegra
e divertente lezione sulla sessualità. Sui cromosomi e la trasmissione
genetica, organizzata per chi aveva come me dodici, tredici anni. Era
d'estate, perché eravamo all'aperto, sotto un pergolato. Il Priore,
sopra a quei famosi fogliolini utilizzati anche per le Lettere, ci faceva
scrivere tutti gli attributi possibili ed immaginabili delle singole parti
formanti il corpo umano. Al termine di tale descrizione li abbiamo divisi
per gruppi omogenei. Erano lunghe file di nasi, di bocche, di occhi, capelli,
eccetera, che vennero raccolti in mucchietti; e il Priore, girandosi,
disse: "Non guardate, bambini, che il babbo e la mamma...".
Poi ridendo, estraeva dal mucchietto un suo attributo da dare al personaggio
che stava per nascere e che disegnò su di un grande foglio. Per
la sua semplificazione era particolarmente comprensiva, oltre che divertente.
Un professore che era presente, impressionato da tale metodo, chiese quale
spazio veniva dato all'educazione sessuale. Don Lorenzo disse: "Abbiamo
pesato un uomo. Era settanta chili. Poi gli abbiamo pesato l'uccello,
e abbiamo fatto le dovute proporzioni".
Audiovisivi
Franco: Alle scuole medie di Vicchio facevano vedere le proiezioni
di film storici. Su a Barbiana non c'era nemmeno la luce, allora si era
concordato di venire a vedere questi film. Certo è che noi, quando
s'andava a vedere il film, era proprio giusto per vederlo, perché
tanto lo si sapeva già tutto, quel che succedeva e che non succedeva,
quali erano gli attori, vita, morte e miracoli di tutto il film; questi
della scuola statale, per l'amor di Dio, venivano portati così,
era per loro un diversivo, uno svago. Al che, c'era quella volta "Roma
città aperta", quel film storico interpretato magnificamente,
e mi ricordo una scena di Anna Magnani che sale su per le scale e le si
vede il disotto. A questo punto, in sala venne fuori un mormorio. Il Priore,
che era di un'impulsività paurosa, si mise ad urlare: "Fuori
tutti!", e abbandonammo l'aula. Perché non sopportava l'idea
che gli insegnanti non li avessero formati a sufficienza per dire: "Come?
Son scene di guerra, di morte, di cose tragiche successe realmente, e
perché tu ti vedi un paio di cosce, tu ti devi permettere di fare
una risata?" L'era una cosa folle per Barbiana! Una cosa seria, che
essa sia di nudità o non di nudità, la che vuol dire? Era
lì il problema, di guardare il lato giusto della cosa. Ogni cosa
aveva il suo peso, evidentemente.
Sfruttare le
risorse del territorio
Franco: Ma lo sapete la lezione d'anatomia che abbiamo avuto -
che penso ci fossimo tutti e tre noi? Accanto alla Chiesa di Barbiana,
c'è la Chiesa dell'anno mille. Allora, risistemando il pavimento,
sentimmo che sotto c'era un vuoto. Allora aprono e vedono che c'è
un ossario. Le bracciate d'ossa che si è portato fuori da quest'ossario!
Per costruire poi un uomo, una donna, un ragazzo. Come si fa a non imparare?
Son cose che non ti possono non rimanere! Se non altro queste ossa a noi
sono risultate utili. A ragazzi di tredici, quattordici anni tu fai una
lezione, scherzandoci su, mettendo le bracciate d'ossa sul tavolo sul
quale dopo, lavato e ripulito, magari ci si mangiava o si faceva scuola.
Le son cose che non puoi dimenticare come gli è fatto lo scheletro
di una persona!
Lezione di vita
Nevio: Fino alla fine ha cercato di fare scuola, ha battagliato.
Con la sua malattia: tutte le volte che tornava su da Firenze ci spiegava
tutto: come l'avevano trovato, globuli rossi, globuli bianchi... Quando
è morto, ci aveva preparato a tal punto, che l'è stata una
cosa tranquilla, una cosa bella, serena.
Io mi ricordo che due giorni prima ero lì nella camera con lui
e mi disse: "Nevio, ti ho insegnato tutto quello che avevo da insegnarti,
mi è rimasto da insegnarti come si fa a morire".
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Per informazioni scrivere a: sicomoro@sirio.com
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