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"Il Sicomoro" n.6 - estate 1998
Al di là della cultura
Editoriale: "Continuando a parlarsi, sospesi al Mistero...
ed oltre" di Mauro Fortelli
Leditoriale prosegue il dialogo iniziato con l'intervista all'On.
Fausto Bertinotti (qui pubblicata) sul rapporto cristianesimo - marxismo.
Vengono individuate le ragioni profonde di contestazione del marxismo alla religione (non
solo legate alla contingenza della realtà storica di chiesa e marxismo del XIX° secolo):
quelle indicate da Feuerbach e Marx (la religione sarebbe oppio dei popoli in quanto
proiezione della finitezza delluomo, dei suoi problemi, nellinfinito; essa
renderebbe dunque luomo un alienato ed una schizofrenico). Così Feuerbach e Marx
contestano il cuore del messaggio religioso, lessenza del suo stesso esistere:
quello che parrebbe essere un problema teologico (che riguarda Dio) si riduce per loro in
realtà in un problema antropologico (che riguarda solo luomo).
Rispetto a tale impostazione il segretario di Rifondazione Comunista
si rivela ammiratore di S. Paolo che ha saputo ribaltare il significato della Croce da
connotazione alienante di cocente sconfitta ad evento mitico, in grado di parlare al mondo
ed alle persone (dunque non più oppio dei popoli). Riteniamo questa di Bertinotti una
posizione di assoluto rilievo e novità che può aprire un nuovo dialogo tra realtà
cristiane ed universo marxista.
Rimane peraltro una differenza irriducibile tra i due pensieri a
riguardo dellinterpretazione di quelle croci che sono una accettazione della
sofferenza da parte del cristiano in sé stessa, semplicemente perché il Cristo così
lha subita, senza alcun altro ribaltamento. Si apre una domanda: qui la
croce è oppio dei popoli? Oppure la rinuncia al diritto della propria difesa è una
via ancora più efficace di rovesciamento sociale, una via che costringa il Trascendente a
squarciare i cieli anticipando il suo agire nella storia degli uomini, così come già
spesse volte Egli ha fatto, dallEsodo di Egitto fino ancora ai giorni nostri?
FINO AGLI ESTREMI CONFINI DELLA TERRA
"La violenza della cultura e linnocenza
dellidiota" di Giovanni Catellani
La volontà di sapere e di verità di una cultura si manifesta attraverso
il discorso. Sapere e verità hanno a che fare con la violenza del voler prendere
parola per organizzare il discorso, per dominare la logica di una parola che determina lo
spazio del vivere con gli altri, lo spazio della cultura e della politica. Con ciò ci
dimentichiamo che la parola è soprattutto dono, rivelazione, quella intima dimora che
appartiene alluomo prima di ogni sua classificazione. Ciò che la parola ci consegna
è la possibilità di essere detta da chiunque, è la sua realtà di voce che ci proviene
alle spalle, quella dei nostri cari, dei nostri amici come dei nostri nemici; è la parola
dello straniero, dellemarginato, è linizio di ogni umanità. Parola che può
parlare tanto con la logica della grammatica quanto con la follia di chi ha perduto la
ragione o di chi non lha mai posseduta. E possibile individuare una cultura
che non escluda le parole di chi non rientra negli schemi della volontà di potere e di
sapere?...Tra le tante figure a diverso titolo escluse dal sapere e dal mondo della
cultura, lidiota è quella più esemplare; egli, col bambino, condivide
lingenuità innanzi al mondo e limpossibilità di calcolare lutilità
delle azioni e pertanto di imporsi a scapito della verità. Essere idioti in tal senso
può anche essere per scelta volontaria, una possibilità radicale di fronte al prossimo
ed al mondo, così come agisce il principe Myskin, lidiota di Dostoevskij. Una
cultura non violenta sarà allora quella di chi ha capacità di ascoltare colui che
cerca una condivisione e non vuole assoggettare il discorso alla volontà di sapere, alla
violenza. Esiste forse un modo migliore di accogliere lo straniero, il profugo, il
diseredato, che non quello di ascoltarlo?
"Le reti del progresso" di Liliana Cavani
Il dono del fuoco per lumanità equivale al beneficio che
otterrà la civiltà globale dal sistema delle reti di comunicazione. Il tutto deve però
essere assoggettato ad un sistema di regole di intesa; in tale campo la regola più
vincente è lautocoscienza. Si potrà innestare un processo di autocoscienza per
tutti i cittadini del mondo? Non il mercato, né la rete digitale sono un problema, bensì
leducazione e la formazione delle nuove e vecchie generazioni. Serve unazione
di vigilanza pacifica che consenta laccesso sulla rete di tutte le diversità
culturali e delle loro necessità di mercato. Il mercato è il bazar di tutti i prodotti
di una cultura, è il momento dellesposizione orgogliosa dei prodotti del lavoro e
della fantasia, e lanima del bazar è lo scambio. Dimenticare questanima è
pessima cosa per chiunque voglia credere nel mercato. Chi rifiuta lo scambio prima o poi
provoca guerre. La cultura del mercato dovrebbe essere trasversale a tutte le culture,
essere uno dei principali risultati dellautocoscienza. LEuropa deve
responsabilmente predisporre limmagine in rete della propria fisionomia
politica e culturale per evitare che nei Paesi africani, asiatici, sudamericani ecc...
limmagine dellOccidente coincida solo con quella trasmessa da CNN e BBC. Al
proprio interno, al fine di salvaguardare la ricchezza e la diversità dei propri valori,
lEuropa deve garantire una coesistenza equa tra il modello Nord e quello Sud, un
riequilibrio latino del futuro modello comune di società europea. LEuropa deve
cogliere il vantaggio del suo nascere oggi, fondando la propria stabilità sulla
leggerezza. Non unaggregazione di Nazioni con la pesantezza della loro storia
politica, ma un bouquet di Stati rappresentativi di differenti culture e di una comunione
di valori condivisi.
"Un solo rudere. Appunti su memoria, cultura, politica" di
Lorenzo Capitani
Lautore davanti alla Galleria dei marmi di un Museo cittadino pone
una riflessione sui diritti della memoria, per una cultura della memoria. Memoria,
confidenza e sentimento. Un solo rudere - dice Pasolini - per chi ne comprenda
presenza e poesia fa rivivere nel suo stile uso e liturgia, ora profondamente
estinti. La strada della memoria deve divenire impegno civico, scelta politica di una
città: si potrebbe allora cominciare dai più piccoli, abituare i bambini, già nelle
prime fasi dei loro percorsi formativi, ad una consuetudine ormai perduta: quella di un
rapporto di vicinanza con gli oggetti, con le "pietre" della città. Per i più
grandi è necessario un invito sommesso a considerare limportanza del tempo, al di
là e al di fuori delle occasioni più celebrative e magari più produttive di consensi.
Non sempre occorre la grande opera o la mostra sfiziosa. Possono rivelarsi di maggior peso
più semplici e oscuri "atti di governo": un uso accurato di fondi consistenti
per sistemare adeguatamente archivi pubblici e privati, una rivisitazione della
segnaletica storico-artistica più elementare, unattenzione vigile e sistematica per
lacquisizione delle varie fonti documentarie. Un buon gesto creativo verso la
memoria potrebbe essere rappresentato da quel percorso museale intorno alla storia della
città, che in molte realtà europee costituisce un punto obbligato della progettazione
culturale ed urbanistica.
NELLE STANZE DEL RE
"Cristianesimo e pluralismo religioso" di Giacomo
Coccolini
LAutore parte dalla considerazione che una riflessione
teologicamente radicale sui rapporti tra il cristianesimo e il pluralismo religioso
diventa in questo ultimo scorcio di fine millennio sempre più necessaria, anzi
inevitabile. Ma qual' è il rapporto tra il cristianesimo - la cui pretesa di salvezza è
tendenzialmente universale - e le altre religioni? Fino a che punto è possibile ed
auspicabile un ecumenismo religioso? E tale ecumenismo religioso sarà davvero capace di
non violentare la singolarità delle religioni, che si presentano sulla scena del mondo
con la convinzione di essere, ciascuna nel suo unico ed irripetibile, l'autentica via di
salvezza per tutti gli uomini? Lautore evidenzia tre questioni fondamentali per una
presa di posizione teologicamente corretta riguardante il rapporto tra cristianesimo e
religioni. La prima riguarda la necessità per il cristianesimo di ripensarsi in
una realtà moderna che è mescolanza di nichilismo e ritorno più o meno ambiguo del
religioso, dove neofondamentalismi, nuove mitologie e New Age tendono a formare un
cocktail il più delle volte esplosivo. La seconda questione è riferibile a quale
significato sia da attribuire al pluralismo religioso dal momento che "uno solo è
Dio e uno solo anche il mediatore tra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù, che ha dato
se stesso in riscatto per tutti"? La particolarità storica della rivelazione di Dio
in Gesù Cristo viene forse a relativizzare la rivelazione che Dio ha dato di sé nelle
altre religioni? La terza questione, strettamente dipendente dalla seconda, inerisce
al come si pone il cristianesimo nei confronti delle altre religioni da un punto di
vista teologico - politico? Quale tipo di testimonianza è chiamato a dare il cristiano
nel mondo (là dove vige ancora un pluralismo religioso) del fatto di avere "già e
non ancora" pienamente parte alle promesse della redenzione proveniente da Cristo?
"Allombra del sicomoro" di Luciano
Serra
La simpatica ricerca storica dellAutore sulla ricorrenza in
letteratura dell'albero del sicomoro ne evidenzia le sue molteplici proprietà:
- sullalbero di sicomoro Zaccheo salì per vedere meglio quale fosse Gesù;
- gli egiziani utilizzavano il legno di sicomoro per fabbricare sarcofagi;
- già dallantichità e poi in particolare nel 500 il liquido estratto dalla
corteccia del sicomoro veniva usato per combattere i morsi dei serpenti;
- infine, il sicomoro è spesso citato come albero che offre riposo e sollievo a chi si
distenda alla sua ombra.
"Lapprodo costituzionale: il contesto storico e la
memoria" di Roberto Villa
La presente relazione è stata tenuta al Liceo Scientifico Statale
'A.Moro' di Reggio E. il 16.2.98 per il corso di aggiornamento "1943-1963. Un
ventennio dopo il ventennio". Dopo lamara constatazione da parte
dellautore che la Costituzione non è mai veramente approdata nella scuola
italiana, e con essa il suo significato storico e i suoi valori, egli ripercorre il
dibattito recente volto a produrre una revisione costituzionale per analizzare le ragioni
più profonde e fondative che portarono la Commissione dei 75 (lAssemblea
Costituente) al vigente testo. Lobiettivo principale che allora ci si pose fu quello
di realizzare una rivoluzione giuridica che non fosse anche ideologica, ma una reale
ricomposizione pluralistica implicante la riconquista del comune valore della libertà
come dato popolare e non più elitario. Occorreva sottoscrivere una Costituzione che non
fosse un mero contratto in funzione di rispettivi interessi e di un
reciproco scambio, ma essenzialmente una Costituzione di valori comuni, universali,
transtemporali. Si sottoscrisse un patto tra le tre o più anime
presenti e in conflitto nel nostro Paese. In questo sta latipicità della nostra
Costituzione, in questa sua insopprimibile ed essenziale dimensione etica che colloca
lindividuo in una sostanziale priorità rispetto alle istituzioni e al mercato.
La condizione indispensabile tra chi allora strinse il Patto era la lealtà politica.
Quandessa, ovverosia il rispetto della parola data, venne meno e...con le elezioni
politiche del 18 aprile 1948 una larga parte di cittadini fu estromessa
dallesercizio della sovranità popolare, cioè dalla partecipazione attiva
allindirizzo della politica nazionale...si capì che la stagione costituente
era finita. Paradossalmente quella Costituzione formale veniva promulgata proprio mentre
il sistema di potere si ricompattava attorno ad una costituzione reale del Paese che lo
collocava in un rigido schieramento internazionale e lo sottoponeva ad un governo
fortemente centralizzato.
"La religione non è oppio dei popoli, tuttavia..." intervista
all'on. Fausto Bertinotti a cura di Mauro Fortelli e Domenico Savino
Questo numero della rivista contiene una lunga
intervista al Segretario del partito di Rifondazione Comunista Fausto Bertinotti, concessa
in esclusiva al Sicomoro, in data 13 maggio 1998.
E un Bertinotti critico verso i processi
unidirezionali di sviluppo capitalistico quello che esce dallintervista, definendoli
una forma di "modernizzazione contro la modernità", che esprimerebbe - per la
prima volta nella storia - addirittura "una regressione della civiltà".
Critico verso la nuova Sinistra Diessina nega "che possa essere considerata erede del
movimento operaio - se non nel senso di becchino, oltreché di erede - una sinistra
liberale !"
Il comunismo, poi, nelle sue forme realizzate storicamente, può essere criticato "
perché fondamentalmente povero non solo di democrazia, ma anche di comunismo (non una
società troppo comunista, ma troppo poco comunista)".
Ribadito che nella comprensione della realtà "la condizione sociale è
tendenzialmente quella che forma i processi di costruzione del punto di vista della
modalità interpretativa", Bertinotti afferma - a proposito del problema religioso -
che "Marx è un uomo dellOttocento e che la sua contesa religiosa è
profondamente segnata da questa realtà. Quindi ... la nozione di oppio dei popoli, se
assunta in senso stretto, è stata falsificata nel corso del tempo successivo a Marx e, in
ogni caso, ... è categoria inusabile oggi...Lerrore è di immettere una condizione
temporalmente definita in una chiave di interpretazione di una prospettiva
millenaria."
Confutando lidea di un marxismo quale forma politica del messianesimo giudeo -
cristiano, apre alla possibilità che la salvezza non sia solo nelle mani degli uomini,
concludendo la sua intervista con una sofferta introspezione di fronte al Simbolo e al
Mistero della Croce e alla persona di Gesù di Nazareth.
USCIAMO DALLACCAMPAMENTO
"La locomotiva della memoria. Un colloquio con Francesco
Guccini" di Francesco Aliberti
Il tema della memoria è particolarmente caro a Guccini: la sua musica,
i testi, la narrativa si nutrono di ricordi, di tradizioni padane che egli succhia, come
un vampiro assetato di passato, dalla propria memoria, dal proprio vissuto e da quello di
altri; ricordi da coltivare. In questa intervista abbiamo cercato, perciò, di mettere
in evidenza un Guccini "minore": non tanto il cantautore impegnato, il poeta
civile o il cantore chiassoso delle osterie di fuori porta, quanto piuttosto il cultore di
memorie, il narratore dotato di una straordinaria disposizione danimo verso il tempo
trascorso, che vuol dire semplicemente ricordarsi del proprio passato, portarselo sempre
dietro come condizione necessaria per salvaguardare lintegrità del proprio io.
Parlare dellargomento "memoria" con Guccini vuol dire abbandonarsi al
flusso dei ricordi, che si susseguono a volte indistinti con lineluttabilità e la
circolarità del tempo che trascorre e si perde e che, solo nel racconto, diventa tempo
ritrovato. E nello spazio della memoria Guccini simmerge nel ricordo della sua Pavana
(paesello dorigine sulle montagne emiliane), del suo dialetto tipico a cui da 10
anni lautore sta lavorando per pubblicare un vocabolario, del suo nuovo
"mestiere" di romanziere di gialli ambientati nellAppennino bolognese e
scritti a due mani (con lamico Macchiavelli). Il rifugio nella memoria per lui
diviene a volte necessario per fuggire da spazi culturali televisivi, cinematografici,
da "occasioni culturali" locali (a Bologna) non allaltezza. E poi,
ancora, cè il ricordo della bassa reggiana dove negli anni sessanta lui veniva
per incontrare i Nomadi, il ricordo di Carpi del dopoguerra (città della
madre) che "mi piaceva molto perché sulla tavola dei miei zii cera
sempre la bottiglia di lambrusco, il salame ecc..". Infine il ricordo dei
preti e del catechismo, quando cerano le elezioni del 48 e le suore ci
portavano a pregare in chiesa perché vincessero i buoni e perdessero i cattivi...
"Domande sul teatro e la città" di Nicola Lusuardi
Larticolo pone alcune premesse necessarie per cogliere
importanza ed unicità della forma darte del teatro: perché è lunico luogo
non veicolato dai "media" in cui artisti e pubblico abbiano un incontro diretto,
in cui il fruitore co-agisce con lartista e produce lunicità
dellevento; perché il teatro è ricchezza sociale dove bambini ed adulti giocano
insieme, dove lospite è accolto ed ascoltato; perché chi accetta il contratto
teatrale accetta di farsi parte di una comunità. In tutto questo si manifesta la
vocazione interetnica, interculturale, internazionale e politica del teatro, la sua
vocazione ad essere costruzione di unEuropa culturale, condivisa, ricca, ospitale.
Ciò posto, lautore si produce in una disamina critica di come da qualche anno
Reggio sembra aver perso la capacità di offrirsi come residenza di attività teatrale. La
città da un lato si accorge raramente della presenza di artisti che quivi risiedono;
dallaltro "perde" i gruppi di teatro quivi sbocciati (il Teatro delle
Briciole, ora a Parma; il Teatro Gioco Vita ora a Piacenza) o in passato qui ospitati (il
Living Theatre, lesperienza di Micro Macro). Perché nessuna delle realtà che hanno
abitato o abitano questa città sembra essere riuscita a resistere qui e insieme ad
esistere per la città e per "il resto del mondo"? E disaffezione dei
reggiani al teatro, è incapacità del teatro di parlare a Reggio, oppure si evidenzia la
carenza di una progettazione attenta capace di esprimersi sul lungo periodo, mentre spesso
sentiamo la fatica delle istituzioni a trovare un equilibrio tra le politiche
dellemergenza e le non-politiche dellinamovibile? Viene insomma da pensare che
solo in virtù di un sincero investimento di pensiero ed organizzazione il teatro tornerà
ad essere unabitudine cittadina sempre più largamente condivisa; e solo in virtù
di questa abitudine il teatro potrà poi ritrovare energie morali, intellettuali ed
economiche. Con auspicabile divertimento di tutta la comunità.
"Gestire o far gestire, questo è il problema.
Intervista a Concetto Pozzati" a cura di Alessandro Di Nuzzo e Massimo Magnani
Basta con la politica del consenso applicata alla cultura, dice Concetto
Pozzati, pittore, ex assessore alla cultura del comune di Bologna. La politica culturale
deve produrre differenze e non appiattirsi sui massmedia. E deve smettere di accentrare,
di essere un semplice esercizio del potere. La critica alla gestione culturale delle
amministrazioni pubbliche in relazione alla politica del consenso è spietata: Oggi, con
questa politica del consenso che domina come una mania, si devono fare mostre solo per
poter dire: ha avuto 100000 visitatori! Così lamministratore può dire: io sono
stato lunico a fare quella mostra, a fare quello spettacolo
La parola
dordine è: spettacolarizzare; virtualizzare, è fare il museo virtuale, roba che mi
vengono i crampi allo stomaco
Per Pozzati, in particolare, si individuano due
problemi sul versante istituzionale: il primo si riferisce alla capacità degli assessori
alla cultura di essere distributori di cultura e non accentratori: "In altri termini
si potrebbe dire così: il senso del gestire è far gestire. Cioè delegare e non
accentrare. E applicare le leggi: per esempio la 142, la legge sulle autonomie:
Bologna è stata la prima e unica ad applicarla agli istituti culturali. Applicare la 142
vuol dire due cose: dare ai direttori degli istituti la totale libertà di programmare;
creare delle collaborazioni fra musei e gallerie, biblioteca e cineteca e così via."
Il secondo problema riguarda la necessità di non sentirsi ad ogni costo vincolati ai
modelli dei mass-media: "Il grande guaio è proprio questo: si è convinti che la
cultura abbia una possibilità di potere contrattuale solo se è massmediologica. La
differenza che passa tra un professore di scienze della comunicazione com è
lassessore attuale ed io che ero un pittore prestato allamministrazione è che
io ero convinto che la cultura non dovesse andare tutti i giorni sul giornale. Se fai
così, quando arriva levento quello non cè più. Invece si è convinti che
bisogna essere sui giornali tutti i giorni, bisogna far notizia: ma per far notizia si va
sempre più in basso."
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