Brevi note sulla consistenza territoriale dei Canossa


 

Per comprendere appieno l’evoluzione della potenza territoriale dei Canossa è necessario riandare con la mente a una breve sintesi storica sin dalla "nascita" della dinastia. Il "fondatore" della stirpe è Sigifredo, che i documenti ricordano Conte di Lucca di nazione longobarda, il quale, da Lucca (ma deve intendersi soprattutto dai territori della Versilia e della Garfagnana) scende nella pianura padana acquistando vaste proprietà nella corte di Vilinianum, località che trova ora identificazione nelle zone circostanti Parma. Il perchè dell’interesse di Sigifredo per territori così lontani dalla sede comitale ha trovato diverse spiegazioni in particolare nell’opera di due studiosi: Vito Fumagalli e Luisa Galloni.(1)

In sintesi i due studiosi sostengono che alla fine dell’800 l’impero tentava di contrastare le tendenze "autonomiste" della grande feudalità, in particolare della Marca di Tuscia, territorio tra i più ambiti e in posizione strategica nell’attraversamento dell’Italia.

L’acquisto da parte di Sigifredo della corte di Vilinianum rappresenta il primo passo verso la ricostituzione (ideata e voluta) di un Comitato che, e lo premettiamo, con le dimensioni che acquisterà possa controbilanciare la Tuscia. Del resto l’acquisto di proprietà terriere consistenti - la "corte" di Vilinianum era composta dal centro e da pertinenze distribuite in 54 località tra i comitati di Parma e Reggio (2) - ammetteva il feudatario ad alcuni poteri politico-giuridizionali.

Anche con il figlio Adalberto Atto continua l’accumulo di beni terrieri che contemporaneamente era necessario e possibile per l’indebolimento dell’autorità comitale. Si tratta di proprietà soprattutto nel reggiano e nel modenese e in alcune aree limitrofe al fiume Po caratterizzate dalla presenza di un alto numero di edifici fortificati che "costituiva una logica struttura difensiva da porre in relazione alle incursioni degli Ungari, ma anche la propensione ad acquisire e a gestire una forza militare"(3). Atto formò in tal modo un consistente patrimonio terriero, che non comprendeva per il momento le città sedi del Conte-Vescovo ma che era sufficiente a permettergli di "richiedere" la nomina di Comites.

Infatti a partire dal 962 la figura di conte per i territori di Modena e Reggio riappare nella persona di Atto Adalberto.

Si costituiva così nel cuore del regno italico una nuova potenza che sin d’ora con le precedenti acquisizioni e proprietà in Garfagnana veniva ad occupare una posizione interregionale strategica nel territorio italiano. Da un lato infatti vi era il possesso di due passi appenninici tra i più importanti (Radici e Pradarena) che vedranno spesso Papi e Imperatori.

A questo proposito va ricordato che con abile capacità Atto, che sicuramente fa del Comitato di Reggio la sua roccaforte, ottiene prima del 964 con diploma imperiale il distacco dell’antico longobardo Gastaldato Bismantino dal Comitato di Parma e la sua annessione a Reggio. Dall’altro con il matrimonio tra Atto e Ildegarda, che porta in dote parte della contea di Brescia, Atto, Conte di Reggio, Modena e Mantova si trovava a sorvegliare entrambe le sponde del fiume Po, allora elemento vitale del trasporto fluviale.

Continua con Tedaldo il tentativo spesso riuscito di strappare terre, soprattutto nei territori rurali esterni alla città, a coloro che si erano sostituiti ai conti nell’esercizio della pubblica amministrazione: ai vescovi in primo luogo, ma anche agli abati dei grandi monasteri.

Ecco così spiegato l’espandersi del potere canossiano nei territori ferraresi della chiesa, proprio con Tedaldo che diviene Conte anche di Brescia e Ferrara.

Fulcro del tessuto territoriale della nuova Marca sono i castelli in parte preesistenti e in parte fondati, man mano i territori nuovi vengono aggregati; castelli che rappresentano il tentativo di difendersi e di incombere sulle città nelle quali i Canossa non erano ancora riusciti a penetrare, restando una potenza marcatamente rurale; castelli così numerosi come nessun altra casata nell’Italia settentrionale possedette. Si spiega così la presenza di roccaforti nei territori reggiano e modenese - reggiano in particolare - nonchè il sistema difensivo nel quale entrano a far parte anche i borghi e le ville, che tratteremo in un successivo paragrafo, presenza così significativa da rendere i territori inaccessibili e talmente sicuri da ritorcersi in un secondo tempo contro 1’impero stesso, che aveva sostenuto la "scalata al potere della casata" quando, con Bonifacio prima e con Matilde poi, i Canossa si schiereranno con il Papato.

Il tentativo di impadronirsi delle città riuscì parzialmente con Bonifacio il quale si impadronì di Mantova, dove colloco la corte e vi costruì quel famoso palazzo ora scomparso che le cronache del tempo rammentano per ricchezza e maestà. Ma fu in effetti un possesso nominale: la città fu sempre pronta a "ribellarsi" e ad approfittare dei momenti di "crisi" per sollevarsi da un giogo che non sentiva.

Non si riuscì in tal modo a legare la casata ad un luogo ben definito e quindi a creare i presupposti per il successivo passaggio ad una "signoria" stabile e duratura.

A Tedaldo seguì Bonifacio che a partire dal 1027 viene ricordato nei documenti quale "Marchio et dux".

Anche Bonifacio continuò la politica di enfiteusi di Beni della Chiesa, spesso estorti con la forza, come le suppliche e le richieste rimaste confermano.

A Bonifacio riesce quello che sembrava impossibile date le premesse sulle quali era sorta la potenza dei Da Canossa. Nell’anno 1027 ottiene da Corrado II il governo della Marca di Tuscia. Ricordiamo che la carica di Marchese di Tuscia era la carica più importante del regno d’Italia, sicuramente la più ambita, quella che gli imperatori si preoccupavano di controllare. Tutte le più grandi famiglie dell’epoca tentarono di averne il governo; soprattutto gli Obertenghi, diretti avversari dei Canossa, che erano già titolari della Marca della Liguria orientale (contee di Luni, Genova, Tortona), conti di Milano; possedevano inoltre vasti possessi nelle contee di Pavia, Cremona, Piacenza, Parma; erano signori di Este e Monselice ed avevano beni anche in Toscana. Sino alla meta dell’XI secolo furono sicuramente i più potenti marchesi dell’Italia centro-settentrionale.

In tal modo con Bonifacio la casata raggiunge il massimo splendore.

Ma l’apoteosi di Bonifacio si ebbe con il matrimonio con Beatrice di Lorena, nipote dell’Imperatore Corrado, proveniente da una delle famiglie più ricche della Fiandra; in tal modo infatti assurge a un rango regio, divenendo il "primate" del partito imperiale italiano.

E siamo così giunti alla Contessa Matilde, figlia di Bonifacio. Con Matilde se si eccettuano i beni ereditari della Lorena e la Contea di Perugia, in enfiteusi dalla Chiesa, non vi furono nuove acquisizioni di territori e 1’estensione rimane fondamentalmente quella di Bonifacio.

Matilde, a cui é intitolata la piazza del Municipio, sceglie Carpineti per sua residenza estiva nel Castello omonimo sul monte Antoniano e ivi ospita Gregorio VII che da questo sito data una serie di importanti lettere.

Con Matilde inizia tutta una serie di "restituzioni" di beni a Vescovi e chiese, quei beni che gli avi avevano spesso avuti in modo "illegale".

A Matilde si deve il Monastero di Marola e 1’Hospitale per pellegrini di Ospitaletto di Ligonchio, che venivano a sottolineare un percorso di attraversamento appenninico in alternativa ad altri limitrofi.

Il senso del sorgere di questi culti e delle rispettive strutture ha quindi un duplice scopo: da un lato richiama nei territori un interesse di tipo religioso in un momento di grande fermento, dall’altro accompagna il possesso di nuove località o territori creando uno stretto legame tra il culto delle reliquie e il potere signorile.

Anche a livello religioso però rimane valida la considerazione fatta per la struttura difensiva di un sistema a maglia diffusa nel territorio per cui assumevano ugual importanza i monasteri di città quanto quelli di un castrum isolato quale Canossa. Così come forse fu più importante il castrum stesso di tante sottostanti città. Quando l’inurbarsi dalle campagne e le scelte di poli (centri di potere) ben definiti spezzerà tale struttura, inizierà il lento decadimento di intere unità territoriali (a tutt’oggi aree economicamente depresse e alla ricerca di una propria identità). Tale decadimento è accompagnato dal degrado delle strutture un tempo fiorenti. Si pensi a Canossa e al Monastero di S.Apollonio, oggi ridotto a un rudere, esempio emblematico di una innumerevole serie di castra, avamposti, torri, case torri, monasteri, chiese, oggi scomparsi ed un tempo fiorenti cardini della struttura territoriale canossiana. (4).

1) Vito Fumagalli, Terra e società nell’Italia padana,Einaudi, Torino, 1976;

Luisa Galloni, Le origini del comune rurale nel contado reggiano nel medioevo, AGE Editrice, Reggio Emilia, 1950.

2) Luciana Bonilauri, La diffusione dell’azienda curtense nel territorio reggiano nei secoli VIII, IX e X, sta in Bollettino Storico Reggiano n. 336, Futurgraf, Reggio Emilia,1977.

3) Galloni, op.cit.

Tratto da M. C. Costa, "Castelli, torri, casetorri nel sistema difensivo dei Canossa: rapporti temporali e visivi", Quaderni di pianificazione territoriale dell’Istituto di Urbanistica della facoltà di Ingegneria di Udine, 1987.

Maria Cristina Costa

 

 


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