Aricò ha appena compiuto i cinquant'anni
e ha alle spalle una carriera non soltanto intensa
e ricca di risultati, ma costellata di opere dal
grande impegno ideativo e realizzativo, in cemento,
in bronzo, in legno e, come si vedrà,
anche in altri materiali, ciascuno utilizzato con intelligenza delle sue possibilità espressive. A trent'anni già esegue sculture di notevoli dimensioni per luoghi dove la collocazione vistosa dell'opera richiede una forte sensibilità al suo rapporto con lo spazio e con la luce; ma soprattutto sculture legate a temi celebrativi o rappresentativi, nelle quali l'artista deve misurare la propria capacità di far grande con la comunicatività diretta dell'immagine.
Aricò è un artista sereno; parla la lingua del suo tempo ma evita sia preziosismi sia ingenuismi e soprattutto evita le capziosità intellettuali; è sensibile e certo, in sé, problematico, ma non intende raccontarci l'intimità dei propri sentimenti (questi stanno dentro l'opera, come spinta segreta e, vorremmo dire, pudica), bensì interpreta, in modi sintetici e robusti perché reggano il confronto con la complessità e levatura degli argomenti, emozioni e reazioni collettive.
Egli sa immedesimarsi da una parte con le ragioni umane e storiche degli eventi o dei gesti che descrive, senza che l'astrazione formale tolga loro la vitale articolazione della realtà, dunque cercando all'interno del soggetto trattato, motivazioni di domesticità cordiale; dall'altra si fa spettatore dell'evento, ne ricava a sua volta la suggestione emotiva, che tende a semplificare il confluire di episodi e sentimenti in un unico impatto. Con questo atteggiamento egli ha sempre raggiunto un giusto equilibrio tra l'interesse per la singola persona e l'esigenza - o la volontà- di fornirci interpretazioni corali delle vicende umane. Nelle sue opere degli esordi si registra una passione espressiva che sceglie tratti e modi tormentati; ma subito prende il sopravvento un linguaggio più asciutto, dai connotati primitivisti. Sono gli anni in cui la scultura - europea, ma italiana in particolare - è percorsa da accesi sperimentalismi formali; nello stesso tempo in Italia soprattutto permane forte il modello della figurazione di tipo naturalistico/arcaico, che aveva avuto il suo apice verso la meta del secolo con Martini e Marini.
Da giovane artista sensitivo, Aricò
registra questi messaggi, riceve questi stimoli, li rimedita
guardando anche nella direzione di Moore e rammemorando le sintesi drammatiche di Barlach.
Ma non insegue mai, lo si e detto, formalismi
puri (come avviene invece di solito nei discepoli
che ricevono dalla lezione dei maestri soltanto
una lezione di stile) ; mette tutto a frutto
con una sorta di meditativo candore; riduce le
strutture a sagome elementari, però, quando 1'insieme è quasi astratto, vi lascia affiorare un
sommesso patetismo, attraverso il quale i volti
delle figure ritornano a essere fisionomie.
Rossana Bossaglia